C’mon baby …let’s Drill like a MAGA.

Ebbene si non l’inizio di un rock’n’roll da urlo, sebbene verrebbe da gridare e gridare forte.

DRILL baby DRILL…così esordisce l’era Trump non lasciando troppe interpretazioni rispetto alle politiche ambientali ed energetiche degli US nel quinquennio di Mr. Donald.

Donald Trump, giustificando l’innalzamento dell’inflazione con l’aumento dell’energia, dichiara l’emergenza energetica e punta tutto sul “ritorno al futuro” nel fossile.

Inoltre , il giorno appena dopo firma il decreto esecutivo per l’uscita dall’Accordo di Parigi.

Sorpresi? Ovviamente no.

Tutto come da copione, ma sicuramente l’uscita del  secondo paese (Tab .1)  più inquinatore del mondo dall’Accordo di Parigi è uno scossone non indifferente al trattato internazionale 

top 20 co2 polluters

Source: World Bank CO2 emissions (kt)

Ovviamente le dichiarazioni di Trump hanno seminato  preoccupazione nel mondo ambientalista.
Ma a ancora di più hanno fornito una sorta di “liberi tutti” , rispetto alle questioni ambientali e climatiche a livello globale. .Si potrebbe ironicamente dire che nell’Antropocene, una nuova era è iniziata…il Trumpocene

Con Trump la marcia verso le rinnovabili ha sfrizionato come neanche nei più arditi rally verso una restaurazione al fossile …
Il messaggio è stato perentorio DRILL BABY DRILL….e con una velocità di una cinghia di trasmissione, solo con poche firme tutti gli effetti dell’Inflation Reduction Act, e tutti i progetti legati a rinnovabili e green transition sono stati cancellati come in un colpo di spugna.

L’Inflation Act infatti ha avuto l’effetto , anche con luci ed ombre di incrementare la produzione di Solare e Eolico Off-Shore soprattutto con effetto nelle prime due decadi (Fonte. QualeEnergia),

Di questi benefici ne avrebbe anche goduto lo stesso Elon Musk – “gran visir di Trump” , che più volte si è dimostrato molto favorevole al solare come in questa intervista con Joe Reagan


Ma quindi a fronte della dichiarazione di Trump di Emergenza Energetica, qual’è la reale situazione negli USA.

La situazione energetica in USA dai dati

Il Climate Reality Project, ha prodotto un paper informativo riportando la reale situazione economica e sociale riguardante il settore energetico statunitense.

Il paper mostra come a seguito del Clean Energy Plan le energie rinnovabili hanno creato in tutti gli Stati Uniti,  posti di lavoro che hanno rappresentano opportunità ben retribuite per le fabbriche e per tutto l’indotto richiamando operai, elettricisti, meccanici, operai edili, tecnici, personale di supporto e migliaia di altre mansioni.

E’ stato stimato che i lavori nella Green Economy, potrebbero comportare  un aumento del reddito compreso tra l’8 e il 19%. nel 75% dei nuovi posti di lavoro.

Negli ultimi 2 anni, le aziende americane hanno annunciato e presentato 751 nuovi progetti di energia pulita per un totale di 406.007 nuovi posti di lavoro e oltre 422 miliardi di dollari di investimenti in 48 stati + Porto Rico tra il 16 agosto 2022,e 31 dicembre 2024.

I piani includono 244 nuovi siti di produzione di batterie, 165 veicoli elettrici nuovi o ampliati

impianti di produzione e 213 impianti di produzione solare ed eolica. 

La maggior parte dei progetti sono in nove stati: Michigan, Texas, Georgia, California, Carolina del Sud, Ohio, Nord Carolina, Arizona e Tennessee, maggior parte dei quali sono collocati in distretti congressuali rappresentati da Membri repubblicani della Camera dei Rappresentanti.

Per un totale di 216.322 nuovi posti di lavoro e oltre 204,69 miliardi di dollari di investimenti in 405 progetti di energia pulita in 152 distretti controllati dai repubblicani.

Inoltre negli States, transizione energetica è stata anche giusta transizione.

Dall’approvazione del Clean Energy Plan sono stati annunciati 330 nuovi progetti di energia pulita, che hanno mosso 126,8 miliardi di dollari di investimenti e 155.304 posti per comunità svantaggiate in 40 stati.

In tutta l’America rurale, dall’entrata in vigore del decreto sono stati annunciati 131 nuovi progetti di energia pulita il piano per l’energia pulita, che porterà 55,25 miliardi di dollari in investimenti e 62.117 posti di lavoro nelle zone rurali comunità in 33 stati

E cosi via.

Insomma to Make America Great Again….Green is the Way!!

Almeno ai numeri.

Ma l’approccio di Trump è antitetico e ovviamente fortemente ideologizzato.

Quindi molto lontano dai dati reali, con grandi rischi per l’economia americana che se crescerà magari nel breve periodo, non avrà lungo respiro lasciando sulla lunga grande spazio alla tanto amata/odiata Cina

Il Futuro dell’Accordo di Parigi 

Uno dei primi atti esecutivi firmati da Trump è stata l’uscita dall’accordo di Parigi.

Al di là delle motivazioni (?) di questa scelta da parte dell’amministrazione statunitense, questa scelta di portata globale porterà sicuramente delle ripercussioni su tutto l’ecosistema UN ed in particolare sull’UNFCCC
L’UNFCCC la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici è un accordo basato sul multilateralismo, ossia il sul fatto che gli accordi che nascono in questo consesso – come ad esempio l’Accordo di Parigi, o il Protocollo di Kyoto – hanno impatto e “funzionano” se un grande e possibilmente tutti paesi del mondo aderiscono e condividono scelte, obiettivi e piani.

L’UNFCCC, come altre Convenzioni, si basa sul fatto che dato che il cambiamento climatico è un problema globale e “senza frontiere” le soluzioni anche politiche devono essere concertate, proprio attraverso decisioni multilaterali e collaborative tra i diversi stati.

Dovremo sicuramente aspettare almeno un anno prima di una reale uscita dagli USA dall’Accordo di Parigi, ma sicuramente la dipartita di uno dei primi 3 stati emettitori di gas serra del pianeta (Tabella 1) mette a serio rischio l’efficacia, la stabilità e la fiducia dell’Accordo.

C’è da dire che la situazione è molto differente a quella del 2019 : ad oggi molte delle strutture e dispositivi di diritto internazionale previsti dall’Accordo di Parigi sono stati implementati e “operazionalizzati”.

Anche il complicatissimo Articolo 6, che disegnerà il nuovo mercato delle emissioni ha già gettato le basi per disegnare la sua infrastruttura nella COP29.

LA MACCHINA E’ GIA AVVIATA …Come ha dichiarato lo stesso Al Gore a Baku.

Ma per capire qual’è  il vero  tema, proveremo a riportarlo con un aneddoto.

Appena riportata la notizia dell’uscita di Trump dall’Accordo di Parigi sui social abbiamo ricevuto dei commenti del tipo “ve la prendete con Trump , e mai con la Cina”.

Beh…questo commento permette di capire il vero problema sotto la dipartita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi.

La Cina ad oggi è – a seconda delle classifiche – tra i primi due stati emettitori di GHG del pianeta.

Ed assolutamente si – bisogna prendersela anche con la Cina! – o meglio, bisogna considerare che occorre un tavolo globale dove le principali potenze e tutti gli stati concorrano a prendersi responsabilità e a trovare soluzioni che non passano da un solo stato.

Questa fu la grande intuizione delle UN Framework Conventions, cosi come dell’Accordo di Parigi.


La “trionfale” uscita di Trump dall’UNFCCC  sa molto di ideologico e “poco” di strategico e vincente.
Per diversi motivi , che tra l’altro avvantaggiano proprio il colosso asiatico.

Primo, l’accordo di Parigi rappresenta un vincolo globale alla crescita indiscriminata della Cina degli ultimi 20 anni.

Secondo, il lasciare ora l’opportunità della transizione green lascia praterie alla colonizzazione di questi mercati proprio dalla Cina che porterà con se gran parte dei cosiddetti “developing countries” 

Terzo, il puntare sull’economia fossile darà sicuramente risultati a breve termine ma questo mostrare i muscoli sa più di canto del cigno che piano visionario in quanto essendo un bene finito il petrolio andrà sempre più a diventare caro, così caro da diventare sconveniente e da isolare alla lunga l’America dal resto del mondo

Source: Pricepedia

Insomma Make America Great One-Shot.

Nonostante tutto, questa dipartita degli US dagli Accordi sul Clima può portare dei benefici.
Il meccanismo delle COP e tutto il “circus” ha bisogno di

un cambio di rotta, di modalità e di approccio.
Non tutti i mali vengono per nuocere.

Le criticità delle COP dopo essersi trascinate per lungo tempo si sono viste nell’ultima di Baku sono si è visto palesemente che l’Accordo di Parigi da “sforzo cooperativo” si sta riducendo ad un “scontro geopolitico”.

Il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , da elemento di cooperazione si è trasformato in un elemento di conflitto portando spesso ad attribuzioni di colpe e sollevamento da impegni piuttosto che consapevolezza di uno sforzo comune e di responsabilità condivise.

E si è visto ciò proprio nel momento della Finanza Climatica, ossia quando questi concetti dovevano trasformarsi in reali risorse.

Ora l’uscita di uno dei finanziatori globali più potenti e l’uscita di un big player così influente potrà avere due effetti uno catastrofico e l’altro evolutivo.
Il primo scenario porterebbe gradualmente portare a diversi stati a perdere fiducia e uscire dall’Accordo, il che porterebbe ad una fase di “anarchia climatica” che però per quanto detto prima durerà il tempo di accorgersi nuovamente che questo scenario non è né conveniente, né realistico per affrontare un fenomeno fisico gia in atto. Il risultato di questo scenario sarà eventualmente un’altro accordo all’interno di UNFCCC .

La domanda quindi sorge spontanea. Serve realmente sprecare tutti i processi e tutti gli anni che hanno generato l’Accordo di Parigi, sapendo che servirà comunque percorrere la stessa strada? 

Domanda che non ha ancora risposta.
Il secondo scenario forse più realistico porterà realmente a dover trovare soluzioni comuni sia perchè l’elemento di conflitto maggiore, ossia la supposta supremazia degli USA a livello globale, verrà meno.

Sia perché ora , soprattutto sul tema della finanza climatica, mancherà “chi doveva metterci di più” . E rimarrà solo l’Europa ad essere bersaglio di un principio delle responsabilità comuni ma differenziate usato come un meccanismo di attribuzione di colpa piuttosto che di responsabilità.

Il movimento per il Clima ad un bivio 

E veniamo al movimento / movimenti per il Clima.
Come in cucina per fare una buona torta oltre ai migliori ingredienti disponibili bisogna seguire la ricetta, avere esperienza e attenzione .

Se la torta non viene , o non si è notato qualcosa, o non si ha ancora abbastanza esperienza oppure….la ricetta seguita era sbagliata.

Per il movimento climatico questi 3 fattori hanno avuto un’importanza inversamente proporzionale all’ordine in cui li abbiamo citati in quest’articolo.

Come è possibile che tutto ad un tratto, dopo mobilitazioni su mobilitazioni scioperi non ci troviamo governi e nazioni che prendono decisioni climaticamente ambiziose , ma bensì democraticamente eletti dei governi che vanno in direzione opposta? 

Può essere solo colpa dell’intriseca colpevolezza del genere umano?
Ma non eravamo rimasti che il movimento climatico promuove decisioni basate sulla scienza?
Forse sarebbe bene lasciare il tema della colpa ad altre sfere della cultura umana più dogmatiche.

Solitamente la scienza quando “osserva” un fenomeno non attribuisce colpe ma si fa domande, trova strategie e propone soluzioni e spiegazioni.

Ed è quello che serve al movimento climatico e ambientale : riflettere e capire cos’è andato storto , quali strategie comunicative di mobilitazione e diffusione non hanno funzionato e – non essendo dogmatici – cambiarle e trasformarle.


Serve inoltre l’esperienza.
L’ambientalismo classico ha portato alle convenzioni quadro, all’Accordo di Parigi al sogno della decarbonizzazione mai implementato

I nuovi movimenti per il clima hanno portato a ..Trump.

Ovviamente questa è una semplificazione provocatoria, ma occorre parlarsi tra generazioni.

Così come un cambio generazionale nella classe politica dato sia da un passo indietro della gerontocrazia dominante , così come di un passo avanti dei cosiddetti millennials e Gen-Z che dal comfort e l’auto giustificazione delle piazze devono imparare a sedersi e farsi spazio ai dis-confortevoli ma determinanti tavoli.

Occorre quel dialogo intergenerazionale che è anche punto fondante dei principi dell’Accordo di Parigi.

Non tutti i mali vengono per nuocere, e alcuni anche per imparare 

La tradizione taoista insegna di imparare dall’avversario.

Cosa manca quindi al movimento climatico? Manca un sogno…

Presi dall’Ecoansia ci siamo dimenticati dell’Ecosperanza, del verde come il colore della speranza.

Dura a morire, e bisognerà essere resistenti.

Serve una visione organica di mondo che unisca le battaglie in un’azione trasformativa e progressista.

Oltre l’urgenza serve l’opportunità : solo l’urgenza non basta.

Bisogna capire cosa fare e sognare di farlo.

Lo suggerisce addirittura anche il Papa di farlo in questo caso, basta leggere le encicliche Laudato Si e Laudate Deum e il suo nuovo libro SPERA. dimostrandosi forse meno dogmatico e meno apocalittico di un certo ambientalismo cataclismico.

In essenza è proprio questo il messaggio del cambiamento climatico.
Una pressione evolutiva verso la nostra specie , che suggerisce delle evoluzioni 

Lasciare pelli vecchie per rigenerarsi da crisalidi fossili per spiegare le ali per volare alto 

Queste suggestioni forse possono permettere all’ambientalismo odierno di sopravvivere e anche sovvertire la linea che inevitabilmente il presidente Trump porterà.

Questa linea per il movimento ambientalista potrà una linea di demarcazione oppure una linea di svolta.

Non tutti i mali vengono per nuocere.

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Di admin