di Mario Agostinelli

Gli argomenti qui trattati sono in queste settimane sovrastati dal tumultuoso evento della vittoria di Trump alle presidenziali USA. Ho scelto di non centrare sulle sue implicazioni l’esposizione che segue, se non per le conseguenze che potrebbe comportare sui temi indicati espressamente dal titolo

La disastrosa alluvione che ha colpito Valencia e il suo entroterra nel pomeriggio-sera di martedì 29 ottobre, è stata innescata da una serie di nubifragi autorigeneranti sviluppatisi all’interno della medesima depressione che nel precedente weekend aveva interessato il Nord-Ovest italiano con eventi alluvionali tra Savona e Genova, in Valle Bormida e in Toscana, e che, precedentemente ancora, aveva colpito l’Emilia-Romagna. L’anno prima erano state la Germania e l’area del Don e del Danubio l’epicentro di eventi distruttivi. Culle di antiche civiltà, di potenti imperi, di floride industrie e di conquiste scientifiche e sociali sono state durissimamente ferite nel giro di nemmeno un lustro.

In Spagna sono caduti ben 491,2 mm in otto ore, di cui 160 in un’ora: quantità che nessun territorio, anche il più correttamente manutenuto, può sopportare senza gravi conseguenze e che fanno dire a Ferdinando Cotugno su Domani del 31 Ottobre che l’Europa non è più un posto sicuro, ma una regione pericolosa. 

Ancor più che il fenomeno in sé, ciò che preoccupa è che si tratti dell’ennesimo disastro, all’interno di uno schema coerente con i meccanismi acclarati attraverso cui si manifesta il riscaldamento globale: il Mediterraneo è più caldo del normale e così l’Atlantico, i fiumi infrangono gli argini, gli incendi sopprimono grandi spazi di vegetazione, l’atmosfera è più calda rispetto ai suoi valori normali. 

Dopo l’aridità vengono le piogge e torna l’aria calda a formare vortici isolati dalla corrente a getto, che, in un’atmosfera così riscaldata, scaricano tutto quello che riescono a far precipitare al suolo. 

Il modello quantistico sottolinea i danni della CO2 in atmosfera

Questa particolarità di comportamento insiste come aspetto inatteso ma sorprendentemente stabile sul Mediterraneo: il riscaldamento della superficie del mare ha registrato un aumento della temperatura media di circa 1,4°C nell’ultimo secolo e accelera, crescendo di 4°C nello spazio di ogni estate dal 2020 ad oggi. Il livello medio del Mediterraneo è aumentato di 6 centimetri negli ultimi 20 anni per ragioni climatiche riconducibili alla presenza umana sul Pianeta. La salinità risale lungo i fiumi e ne trattiene le acque senza sbocco. Per gli scienziati è probabile che questa tendenza acceleri (con differenze regionali) di un tasso globale che, per quanto riguarda l’innalzamento dei mari, va dai 43 agli 84 cm fino al 2100, ma, probabilmente, anche di oltre 1 metro a fine secolo. Non ne viene solo un problema costiero, ma l’intera macroregione viene sconvolta. 

Proprio a Ottobre, Quanta Magazine, una prestigiosa rivista internazionale online, ha reso conto della potenza ancora più insidiosa della presenza di CO2 in atmosfera, quando la sua quantità aumenta considerevolmente, rilevando una stranezza del comportamento della sua struttura quantistica irraggiata dallo spettro solare. Ciò è dovuto al fatto che la CO2, se la quantità raddoppia in concentrazione, può vibrare, stirarsi e dimenarsi contemporaneamente colpita dalla radiazione solare infrarossa in due diversi modi e a due diverse frequenze dello spettro solare, tra loro complementari. Il tasso di cattura quindi aumenta, assorbendo pacchetti discreti di energia supplementari. che giustificano ancor più l’accelerazione degli eventi nefasti registrati.

Il modello quantistico dettagliato ha quindi reso ragione di un effetto forzante rispetto al movimento già noto che la CO2 provoca in atmosfera e, di conseguenza, della sua elevata responsabilità nell’aumento accertato della temperatura terrestre, nonché della confermata inconsistenza scientifica del negazionismo climatico, che sminuisce l’effetto delle combustioni generate dalla presenza umana 

Nel complesso, dobbiamo constatare ormai che il sistema idraulico del territorio europeo non è più all’altezza del nuovo clima: caratterizzato dall’intensità delle sue precipitazioni su terre colpite da periodi di aridità e dallo scioglimento dei ghiacciai in un quadrante dell’emisfero nord sempre meno stabile. 

Valencia e la Romagna

Come nei casi accennati, la pioggia, una volta che cade a terra trova un territorio e, soprattutto, una società. Per la gran parte dei commentatori è il fattore umano che provoca, con la sua impronta ecologica sempre meno contenuta, sconvolgimenti tanto inimmaginabili quanto frequenti. Si tratta di un contributo certificato anche in sede propriamente locale, dove si concentra ed amplia ancor più l’eventualità di sconvolgimenti. La cura della Terra è soprattutto cura assidua di ogni componente naturale che la caratterizza sul posto e trascurarne l’adattamento può arrivare a minarne irreversibilmente l’equilibrio. Diventa inevitabile agire adesso e non avviare interventi il cui rischio è – allo stato delle cose – difficilmente commensurabile.

Se, a riprova, in una Romagna  colpita dall’alluvione, Eni e Snam rinunciassero ad investire per il sequestro di CO2  da centrali a combustione di metano, usando gasdotti già esistenti e riadattati e trasportando 25mila tonnellate l’anno verso il giacimento esausto di Porto Corsini Mare Ovest – con addirittura la previsione entro il 2030 di installare nuove tubature per un centinaio di chilometri per raccogliere anidride carbonica dalle zone industriali di Ravenna, Ferrara e Porto Marghera – non solo non investirebbero in una tecnologia discutibile anche sotto il profilo del ritorno economico – ma potrebbero convertire ingenti risorse per liberare il suolo, sgravare  il carico dovuto alla mobilità in zone già congestionate e orientarsi verso impianti rinnovabili senza esporre i fondali marini a pericolosi sommovimenti.

Anche il caso di Valencia offre considerazioni che vanno ripotate alla eccezionalità degli accadimenti attuali. A Valencia governa il Partido Popular, non certo incline all’ambientalismo e, fino a poco tempo fa, teneva banco nel consiglio comunale anche l’estrema destra negazionista di Vox. L’allarme per la tempesta, che era a carico della provincia della Comunità Valenciana, è stato dato con grande ritardo. È chiaro che se neghi il fenomeno, non senti nemmeno il bisogno di porvi rimedio o di prevenirne gli effetti. Per di più, si dà il caso che nel 2020 la portata del fiume che attraversa la città – il Tura – era stata estesa con opere idrauliche sconsiderate, non prevedendo una inarrestabile potenza in caso di precipitazioni straordinarie. L’uomo su quel fiume ci ha messo le mani e lo ha fatto probabilmente coi piedi, il che fa dire a Mario Tozzi,  geologo e divulgatore scientifico, noto conduttore della rubrica Sapiens sulla RAI: “che le azioni di adattamento vanno ripensate in modo più ambizioso, perché è già tardi e succede sempre più spesso, come accaduto a Valencia ma anche in varie parti d’Italia negli ultimi due anni (Marche, Emilia-Romagna, Toscana e Liguria, solo per citare gli avvenimenti più recenti), che nel giro di poche ore cada la stessa quantità di pioggia normalmente prevista nel giro di diversi mesi”. 

Decarbonizzare con il nucleare: l’imbroglio tecnocratico

Dobbiamo tener conto che la Spagna è tra le prime nazioni d’Europa per incremento di installazioni rinnovabili sostitutive dei fossili (oltre il doppio della potenza installata in Italia): ma il suo sforzo non basta ancora di fronte alla sterzata brusca del clima alle nostre latitudini. Il che fa pensare che attorno al Mare Nostrum ci stiamo avvicinando ad un punto di non ritorno e che il ristorno di capitali pubblici dalle armi al clima sarebbe indispensabile, oltre che saggio. 

Già risulta stupefacente che il ministro Giancarlo Giorgetti abbia nella legge di bilancio stornato i fondi che erano destinati all’automotive elettrica in direzione, con un ulteriore incremento, dell’industria delle armi. L’economia di guerra, adottata senza scandalo da Draghi e dalla Von der Layen, ora suggerisce al nostro governo di gettarsi a capofitto nel nucleare, creando aggregazioni industriali internazionali e newco sperimentali in nome di una decarbonizzazione che porterebbe l’Italia ad avere una quota di produzione atomica rilevante al 2050, in sostituzione di minime quote di petrolio e gas. Il passaggio viene esposto con leggerezza da Gilberto Pichetto Fratin e da Adolfo Urso in diverse versioni: un po’ di III generazione sicura e una ventina di piccoli reattori modulari messi sulla rampa di lancio dalle modifiche di legge preparate da un giurista, Giovanni Guzzetta, che vorrebbe dribblare con qualche comma ben due referendum. Sembra di scherzare, ma c’è da essere sgomenti, perché l’operazione è così congegnata da puntare a reintrodurre in tempi certi una tecnologia che non è affatto alle viste: anzi, come discuteremo più avanti, sortisce solo fallimenti, sprechi, tentativi abortiti.

La verità è che il negazionismo cerca di vestirsi  di panni nuovi: non più sottovalutazione dei danni da gas climalteranti, ma, al contrario, rigoroso interesse per la  decarbonizzazione, spacciando il ciclo di vita della fissione atomica come esente da emissioni di CO2 ed esibendo irresponsabilmente ignoranza di come la densità di potenza della reazione  a catena dell’uranio  (misura che indica la quantità di potenza che può essere elaborata in un dato spazio) superi di un miliardo di volte quella del carbone che brucia in centrale e, di conseguenza, in caso di incidente  o fuoriuscita e dispersione  radioattiva possa essere violata l’integrità della biosfera per un arco di tempo futuro incommensurabile, intaccando irrimediabilmente, se non spegnendo del tutto la vita. 

L’obiettivo è la crescita ad ogni costo, in una logica di massimizzazione dei profitti, che rifiuta il concetto universale di sufficienza energetica intrinseco nelle rinnovabili: un accesso e una distribuzione equa pregiudicata dallo straripamento dei consumi elettrici previsti dall’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale (IA), tanto tenuti nelle mani di pochi, quanto irrefrenabilmente energivori 

Il negazionismo climatico

La negazione della scienza climatica e ambientale, dopo un ridimensionamento tra il 2008 e il 2017, era tornata con prepotenza a tenere banco, con campagne aziendali e politiche – molte delle quali operanti sottotraccia – e con una insistita amplificazione da parte della stampa e dei social media. I governi che contano hanno bisogno di un sostegno senza incertezze in una contesa per l’egemonia globale che trascina tutto un seguito di vassalli in corsa, dal momento che hanno scelto di destinare le loro maggiori risorse alle guerre più atroci e permanenti ed ai conflitti economici più dissipativi. 

Così, ripiega sullo sfondo la posta di una conversione energetica irrimandabile, consapevolmente ritardata al riparo di un disegno dirompente: puntare alla riduzione delle emissioni solo dopo una eventuale vittoria in una incessante guerra mondiale a pezzi. Poiché è questo l’obiettivo dissennato, Big&Oil hanno scovato la giustificazione per non andare a rottura da subito con il sistema dei fossili, allontanando nel tempo il ricorso sostitutivo e ormai maturo da parte delle rinnovabili e, contemporaneamente, non procedendo ad un contenimento dei consumi. 

Qui il negazionismo, prima sparso a piene mani, gioca davvero carte nuove, cercando di convincere che, impugnando un approccio tecnocratico rischiosissimo, eppure dotato di fascino, si restituirebbe alla natura indenne quello che le si è rapinato per far crescere Pil e profitti. Si crea, quindi, un diverso orizzonte cui indirizzare la grande macchina della scienza applicata: l’IA, il Ccs, l’ingegneria climatica e, infine, l’ossimoro del nucleare sicuro.

Il vertice Brics di Kazan 

Difficile pensare che uno stesso percorso possa essere seguito dalla aggregazione ampliata dei Paesi Brics, più convintamente allertati riguardo le grandi emergenze che riguardano la sopravvivenza dell’intera biosfera terrestre e orientati ad una maggiore predisposizione a non farsi coinvolgere dall’estendersi di un’economia di guerra.  La maggior parte del mondo non vuole né accetta l’egemonia degli Stati Uniti, ed è pronta ad affrontarla piuttosto che sottomettersi ai suoi diktat. Il recente vertice dei Brics a Kazan, in Russia, potrebbe segnare la fine delle illusioni neocon, riattivate in forme difficilmente prevedibili dal successo di Trump. Kazan ha riunito 35 paesi con più della metà della popolazione mondiale che non si lasciano intimidire dalle pretese di egemonia degli Stati Uniti.

Stanno emergendo nuovi centri di potere, di decisioni politiche e di crescita economica, che possono aprire la strada a un ordine mondiale multipolare più equo e giusto. 

In realtà, molti paesi BRICS hanno cominciato da tempo a fare investimenti green, in particolare la Cina, non per buoni sentimenti, piuttosto per affrancare la propria crescita da un mercato dei fossili che è meno sicuro delle rinnovabili. Inoltre, in questo modo stanno maturando un vantaggio tecnologico sui brevetti verdi, condizionando la propria e altrui crescita potenziale. Anche se non con le forme di una tradizionale alleanza, viene avanti una realistica multipolarità, che non configura un’egemonia alternativa a cui si trasferire il comando. E’, in sostanza, il freno più convincente a una guerra mondiale che transiti da guerra a pezzi, a guerra per blocchi. In definitiva, non solo la ricerca neocon per l’egemonia globale sta fallendo, ma è stata anche un disastro costoso per gli Stati Uniti e il mondo, che ha portato a guerre sanguinose e inutili, shock economici, spostamenti di massa di popolazioni e crescenti minacce di confronto nucleare. 

L’ascesa dei Brics non è quindi solo un rimprovero agli Usa, ma anche una potenziale apertura per un ordine mondiale più pacifico e sicuro. È arrivato il momento per una diplomazia rinnovata e per porre un freno ai conflitti che imperversano in tutto il mondo.

Intanto, spaesata e confusa, l’opinione pubblica mondiale misura sulla propria pelle e sui propri beni la devastazione di un clima fuori controllo, che, malgrado ciò, viene considerato trascurabile per il nazionalismo più aggressivo e per l’esercito delle imprese che arrancano dietro i prezzi delle fonti fossili e nell’illusione che il nuovo (?) nucleare possa sbancare, in barba alla scienza e alla salute, i limiti che la natura impone alla nostra permanenza sulla Terra.

La difesa dell’ambiente non può essere lasciata alla spontaneità

E’ realmente irresponsabile lasciare alle incertezze di una individualità spaesata, anziché alle risorse virtuose di una cooperazione attiva, un intervento che andrebbe concertato e anche scientificamente assimilato su scala globale per partecipare operosamente alla cura della Terra e al risanamento del suo clima. La Cop29, iniziata a Baku mentre scrivo queste note, pur con significative assenze, incrocia capi di stato e funzionari distratti da temi che reputano più importanti come la guerra, gli armamenti, la geopolitica. I ritardi ci portano nel territorio dell’irreversibilità, e le leggi della fisica faranno pagare alle generazioni future un conto senza possibilità di correzione.

Come afferma George Monbiot, editorialista di The Guardian nel suo articolo del 18 Settenbre del 2024: “lo sforzo di persuadere le persone della necessità di agire in questo senso è stato lasciato quasi interamente al settore privato o a quello del volontariato, nonostante che questo sia il più grande problema che l’umanità abbia mai affrontato: siamo di fronte all’erosione e al possibile collasso dei nostri sistemi di supporto alla vita, che hanno assunto una velocità e dimensioni che hanno colto di sorpresa persino gli scienziati più avvertiti”. Se l’esito prodotto da alcuni volonterosi e da imprese tenute ai margini o espressamente ostacolate rimane solo quello di una serie di piccoli cambiamenti incrementali del sistema, occorre sapere già da ora che, nel nostro caso, il plurale del cambiamento incrementale si traduce nel fallimento. 

Per la verità, certa stampa, amplificata dai social, ha scelto di non scontrarsi ulteriormente sull’evidenza del danno delle emissioni climalteranti, ma di rendere plausibile   la convinzione che ricorrere ad una densità di energia di molti ordini superiore a quella inerente alla combustione di carbone, petrolio e gas non comporterebbe – anche nelle attuali modalità di esercizio – rischi di incidenti catastrofici né scorie esiziali, non riassorbibili o neutralizzabili nei cicli naturali che attendono le future generazioni. Preso atto dell’emergenza cui è esposta la nostra specie, si tratta di un’operazione di inganno palese, assolutamente da respingere mettendo le ali a quella che Ivan Illich chiama “la speranza della forza sociale”. 

Il ruolo negativo de Il Foglio e altri giornali

Capofila di una così azzardata ed insistente mistificazione, che si era già autodefinita a fine millennio Risorgimento Nucleare, è da tempo Il Foglio, un quotidiano che non perde occasione per dare spazio al ritorno dell’atomo sia con una raccolta di firme su ispirazione di Carlo Calenda, sia con il ricorrente appoggio di  uno sconsiderato Pichetto Fratin in rappresentanza del governo Meloni, nonché della nuova presidenza della Confindustria e di una non folta schiera di docenti universitari e di amministratori delegati di aziende pubbliche, spesso adiacenti  all’economia di guerra. La volgare narrazione che appare giornalmente su La Verità, è sul Foglio sapientemente  e insidiosamente concertata e organizzata: firme note (Enrico Testa, Carlo Stagnaro, Roberto Cingolani, Luciano Capone), lunghi articoli spesso a più firme, una prosa sempre scostante verso gli antinuclearisti e gli ambientalisti intesi come una fazione, una voluta noncuranza dell’impossibilità da parte della biosfera di  smaltire in tempi storici i residui di un  combustibile radioattivo originato dalla fissione dell’uranio. 

La grancassa del giornale capofila di tanta impresa è seguita con minore assiduità e maggiore problematicità dai giornali nazionali, ripresi tuttavia immancabilmente nelle rassegne stampa alle radio o alle Tv. Ciò che però dà il segno di una autentica campagna ormai in profondità e in fase di crescente strutturazione è la frequenza con cui il tema del nucleare viene ripreso dai quotidiani regionali e provinciali (Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino, La Voce, Padova oggi, La Provincia Pavese, L’Azione, La Prealpina etc.), direttamente destinati all’intercettazione popolare, facilmente influenzabile attraverso interviste o proposte accreditate da docenti universitari locali o esponenti politici direttamente conosciuti sul loro territorio. Il tasto su cui si batte è la sicurezza dell’erogazione di energia, volutamente messa a confronto con la discontinuità delle rinnovabili, mentre il rischio di incidenti catastrofici, mai espunto da progressi tecnologici sufficientemente tranquillizzanti, è intenzionalmente sfumato. Va sottolineato, infine, come non si parli mai di un qualche raffronto sui costi del KWh prodotto in quelli che si presentano come innocui reattori a prova di bomba.

I cavalli di battaglia dei sostenitori dell’atomo

Cito qui di seguito e a titolo di conferma, solo alcuni degli argomenti sollevati dalla accolita dell’atomo, che, non a caso, accostano al fabbisogno di energia la condizione di economia di guerra: 

“gli ambientalisti hanno una visione catastrofista del futuro: se non fate come diciamo noi le cose andranno sempre peggio e il mondo finirà”; gli ecologisti “posseggono una struttura che si auto seleziona solo su cooptazione dall’alto e su misurazione dell’efficacia sulla base della quantità di fondi raccolti. E qualche volta, nel passato, anche investiti in attività finanziarie speculative”; “il freddo uccide 30 volte di più del caldo” ; “il riscaldamento climatico salva la vita”; “c’è migliore efficacia dei processi di fotosintesi grazie alla maggiore concentrazione di CO2 in atmosfera.”; “Il chilometro zero è un altro dei miti controproducenti che per altro cozzano contro gli interessi italiani.” ; “ un umile riformismo ambientale prenda il posto di un vociante allarmismo che confonde le idee e impedisce di agire con efficacia”; “personalmente – dice Cingolani – sono convinto che occorra investire sulla quarta generazione di nucleare”; “L’energia d’altra parte, è uno di quei grandi temi, nazionali e sovranazionali, su cui è necessario cercare soluzioni evitando di cadere nei vizi dell’ideologia, come accaduto per esempio nelle discussioni europee sul Green Deal e sull’automotive”; “L’energia è diventata un’arma di guerra”; “ “Le necessità di una difesa attiva, con tecnologie sempre più avanzate, mi pare non riguardi solo l’Italia ma sia sentita in tutta Europa, anche per ragioni geografiche, di vicinanza ai fronti più caldi”. 

Intanto, il nuovo presidente di Confindustria Emanuele Orsini è arrivato a dire il 25 Ottobre che: “Siamo disponibili a trovare la location per piccoli reattori all’interno delle nostre industrie. Capisco che per un sindaco trovare un posto sia complicato: ve li troviamo noi i posti!”. Le sue testuali parole sono dettate a Radiocor-Sole 24Ore e riprese fedelmente e con una malcelata  ironia da Qualenergia (https://www.qualenergia.it/articoli/nucleare-fabbriche-fantascienza-confindustria/) , mentre al top delle imprese vengono allontanati Agostino Re Rebaudengo da Elettricità Futura e Francesco Starace dall’Enel. Nel frattempo, Confindustria Udine chiede un reattore in Friuli, Renato Brunetta ne propone uno a Marghera, Matteo Salvini un altro a Baggio, fino all’esagerato Attilio Fontana che ne auspica sei in Lombardia. Infine, la ministra Anna Maria Bernini ne fa una questione di soldi: “Nucleare oggi significa che dovremo da qui al 2050 rispondere ad una domanda doppia di elettricità. Il nostro futuro passa dal nucleare e dall’Intelligenza Artificiale: abbiamo atenei inondati di soldi dal Pnnr, ora i risultati” (da la Stampa 13 Luglio 2024).

Visto il profluvio di dichiarazioni e la vitalità di tanto revival, ritengo ormai necessaria una mobilitazione di massa per un bene comune così essenziale come il clima e contro il nucleare, che tocchi le istituzioni a tutti i livelli ed abbia un carattere di ubiquità: se tutti dovessero ascoltare lo stesso messaggio nello stesso momento e se questo messaggio facesse appello direttamente a un nucleo morale comune, tenderebbe a essere preso sul serio. E nemmeno potrebbe passare inosservato che il governo, con la legge di Bilancio, abbia assegnato oltre 10 miliardi (che si aggiungono a quelli stanziati negli scorsi anni) al ministero della Difesa e a quello del Made in Italy per l’ammodernamento dei mezzi militari: aerei, navali e di terra. 

Spiragli? Si intravvedono, ma serve subito una discussione posta al di fuori di un quadro provinciale di mera sopravvivenza e di tamponamento via via nella logica di pura riduzione del danno. Le condizioni ci sono, vista la crescita di mobilitazioni in corso e lo sconforto che agita le popolazioni. Ritengo che ci si dovrebbe al più presto ricollegare con la ripresa di interesse per l’altro bene comune anch’esso tradito dopo il referendum: l’acqua pubblica.  

L’intelligenza artificiale: il motore di una nuova crescita?

La più popolare forma di Intelligenza Artificiale attuale è rappresentata da macchine che eseguono processi cognitivi simili a quelli umani, potenti strumenti di statistica computazionale che, pur essendo privi di qualsiasi capacità di ragionamento generale causale di tipo umano, imitano in modo assai efficace abilità complesse ritenute di pertinenza del nostro intelletto. Esiste grande incertezza riguardo ai benefici ed ai rischi d’impiego di tali strumenti e delle loro evoluzioni future. Nonostante tutto, l’Intelligenza Artificiale più diffusa oggi rafforza il potere del capitalismo digitale neoliberista che l’ha partorita e che continua ad investire in modo consistente nel suo sviluppo. In prima approssimazione e secondo la vulgata più diffusa l’IA è sempre più vista come un motore di produttività e crescita economica, in grado di aumentare l’efficienza dell’intero sistema di produzione e migliorare notevolmente il processo decisionale attraverso l’analisi di grandi quantità di dati, altrimenti difficili da interpretare. Insomma: più IA, più Pil, più capitalismo fuori controllo.

La mossa geniale di Alan Turing (il precursore dell’intelligenza artificiale) fu quella di prendere sul serio l’idea di algoritmo come procedura che può essere eseguita da una macchina. Lungo questa strada si stanno orientando interi centri di ricerca, le più grandi corporations di software e hardware, istituti di emanazione governativa. 

Va detto che fino ad ora non si è posta grande attenzione all’efficienza degli algoritmi, cioè delle risorse di tempo e spazio che vengono consumate. Ora si tratterebbe anche di rendere efficiente l’organizzazione del lavoro matematico, proprio come l’ingegner Frederick Taylor aveva fatto per il lavoro di fabbrica, rendendo semplice ed esplicito il passaggio da un contesto ad un altro: ogni unità e ogni collettivo è parte ed elemento costitutivo di una catena di montaggio non necessariamente lineare, ma la cui connessione è condizione del lavoro del singolo.  La simulazione dell’intelligenza umana rischia, così, rispetto ad esempio al lavoro – ma non solo – di porsi sulla scia dell’organizzazione scientifica del lavoro che ha rivoluzionato il capitalismo del primo Novecento ed a servizio sempre più indistintamente dell’apparato militare-industriale, più che di un maggior grado di autonomia, indipendenza, armonia con la natura.

Il collegamento in rete. 

Occorre, un’ulteriore riflessione. Non siamo di fronte ad una macchina singola, ma ad apparecchiature collegate in rete.  Perciò internet pone un problema nuovo. La rete di internet, come ogni sistema vivente, sembra potersi definire come un dominio linguistico, in sostanza autoreferenziale. Una cosa, dunque, è prendere in considerazione il singolo computer; cosa ben diversa è invece studiare più computer connessi. E’ come se ci riferissimo per analogia ad un corpo vivente, più che ad un semplice macchinario, sottoposto per certi versi e per analogia ad un processo evolutivo. L’abbinamento IA +internet apre uno scenario di ripresa della globalizzazione in cui l’egemonia si gioca secondo canoni completamente nuovi: più scambi di linguaggi e culture, che non scambi di merci e spostamenti di forza lavoro. In questo contesto si collocherà la nuova prospettiva di crescita, soprattutto dopo la vittoria di Trump e la collaborazione insolita di Musk. Di nuovo a spese della natura, ma in un contesto immateriale.

Una ricerca di Accenture, che copre 12 economie sviluppate, prevede che entro il 2035 l’IA potrebbe raddoppiare i tassi di crescita economica globale annuale. Secondo le ultime analisi la crescita economica odierna è sempre meno spinta dalle tradizionali leve composte dalla crescita di produzione e dagli investimenti in capitale e lavoro. Di fronte a questi dati appare necessario individuare nuovi fattori di crescita economica nei prossimi anni. L’intelligenza artificiale rappresenta a tutti gli effetti uno di questi fattori. Essa, infatti, dovrebbe permettere l’individuazione di nuovi ambiti incrementali rivoluzionando i processi lavorativi, migliorando l’esperienza e gli stimoli sia dei lavoratori sia dei consumatori. Uno degli elementi che si prevede cambiare maggiormente è la produttività del lavoro, che potrà aumentare fino al 40%. I settori di applicazione riguarderebbero: 

  • Automazione intelligente: si tratta di automatizzare attività complesse che richiedono adattabilità e agilità, sfruttando l’auto-apprendimento proprio della IA.
  • Potenziamento del lavoro e del capitale: l’IA permette di utilizzare più efficacemente il lavoro e il capitale esistenti che possono essere utilizzati per attività a maggiore valore aggiunto e che creano maggiore crescita economica. I lavoratori potrebbero dedicarsi ad attività come immaginare, creare e innovare processi e prodotti.
  • Diffusione dell’innovazione: l’IA ha la capacità di diffondere innovazione nell’economia, impattando positivamente su diversi settori

Ma, questa crescita presunta potrebbe sottendere uno sviluppo di tecnologie che possono essere letali ed un consumo di energia (elettrica quasi esclusivamente) abnorme. 

Quali sono gli effetti dell’IA sull’ambiente

Quello che stupisce è come nel dibattito in corso non ci si chieda se l’IA farà bene o male all’ambiente. In una documentatissima nota, Marco Brando, riportato da  Academia.edu,  articola riflessioni che si collegano immediatamente ai temi sollevati nei precedenti paragrafi e preannunciano l’improvvida soluzione di irraggiare per il mondo reattori nucleari a media potenza per sostenere gli innumerevoli cloud di dati decentrati, bisognosi di elettricità per il raffreddamento delle memorie e per il funzionamento di chips assai più energivori di quelli oggi in uso nei computer tradizionali. La maggior parte di noi è indotta a pensare che l’IA ‒ insieme al resto del sistema digitale globale ‒ abbia un impatto ecologico trascurabile, se non inesistente. Infatti, pensiamo che la “dematerializzazione” elettronica di tante attività, abbatta l’emissione di CO2 (cosa che in effetti accade), senza però produrne: il che non è vero, visto che l’energia necessaria per far funzionare reti, microchip, computer e smartphone viene ricavata soprattutto dalle solite fonti fossili, che inquinano l’aria e alterano il clima del pianeta. 

Lo sviluppo sempre più impetuoso del digitale e dei sistemi necessari per farlo funzionare, avidi di energia, ed il fatto che ci siano oggi 5,16 miliardi di utenti di Internet, ovvero il 64,4% della popolazione mondiale, pone ai primi posti nel mondo il consumo di elettricità del sistema digitale, che raggiungerà il 7% del consumo energetico globale nel 2025, che nel 2022 era pari a 604,04 exajoules. E’ come se esistesse uno stato fantasma che consuma 42,28 exajoules. Meno di Cina (159,39) e Stati Uniti (95,91), ma più di India (36,44), Russia (28,89) e Giappone (17,84); l’Italia, giusto per fare un confronto, consuma 6,14 exajoules l’anno, ovvero 7 volte di meno del totale. Giovanna Sissa sulla rivista Il Mulino.it conferma che il sistema digitale provoca «un impatto ambientale che spesso è sconosciuto o ampiamente sottovalutato proprio dai suoi utenti finali.”

L’Osservatorio Esg Karma Metrix 2023 misura l‘impronta di carbonio del web delle Big Tech ‒ Amazon, Apple, Alphabet (Google & co.), Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp & co.) e Microsoft ‒ valutandole come il 42° “Paese” per consumo di energia (poco meno della Colombia e più del Venezuela) e il 51° per emissioni di CO2 (quanto il Cile, più del Belgio). Inoltre, la Bbc riporta che l’alimentazione dei sistemi tecnologici legati a Internet ha lo stesso impatto ambientale di tutto il traffico aereo. Secondo uno studio della Royal Society, divulgato a fine 2023, le tecnologie digitali contribuivano già per  il 5,9% alle emissioni globali di CO2: basti pensare che un utente medio che utilizza la posta elettronica per lavoro può arrivare a emetterne 135 chili in un anno. L’esigenza di rendere più ecocompatibile il funzionamento della rete e delle infrastrutture informatiche è diventata da qualche anno un problema di cui si ha una qualche consapevolezza, per lo meno a livello teorico e scientifico, soprattutto ora che le potenti tecnologie digitali, con il ricorso all’apprendimento automatico e alle reti neurali in parallelo, aumenteranno di fattori significativi i consumi.

IA: decentramento del consumo e funzione degli Smr

Sta prendendo piede, con un protagonismo italo-francese, una tacita rinascita dell’atomo attraverso un consorzio europeo di rilancio del nucleare, a cui la Commissione UE non sembra insensibile. 

Come sfuggire a questa occasione che il ministro Pichetto Fratin definisce “nuovo nucleare pulito, fatto di piccoli reattori nucleari sparsi per il territorio” e tanto allettanti da far dimenticare l’enorme mole di controindicazioni che provengono ormai da decine di anni di studi scientifici, oltre che da spaventosi incidenti nelle centrali esistenti, nonché dall’esito di due referendum popolari? Insomma: qualsiasi soluzione, purché, in una penisola ricca di sole, di bacini di stoccaggio e di vento che spira sui mari che la contornano, si lasci a languire la riconversione della seconda manifattura d’Europa, in gran parte predestinata –  si direbbe – verso una conversione ecologica, alimentata dal sistema delle energie rinnovabili.

Dopo l’insediamento di una commissione nazionale per lo sviluppo di piccoli reattori nucleari (Smr), il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica (Mase) ad inizio febbraio, come racconta La Stampa dell’8 Febbraio 2024, ha incontrato i vertici di Ansaldo Nucleare per affidare loro un ruolo da primattore nell’alleanza europea, che si avvarrà del know-how e delle competenze tecnologiche dell’impresa, che ha contribuito in maniera determinante alla creazione del consorzio. 

Vale la pena, a questo punto, di inquadrare lo sviluppo (quasi sottotraccia) della tecnologia denominata Smr, che ha tutta l’apparenza di una chiamata alle armi. E la ragione di tanto interesse sta proprio nelle speranze di nuova crescita affidate ad uno sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale. In effetti, nella prospettiva di una rivalutazione del nucleare diffuso di piccola taglia, lo sviluppo dell’IA ha un ruolo rilevantissimo, in quanto questi reattori minori (dai 200 ai 400 MW) assicurerebbero la fornitura di elettricità 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 agli innumerevoli data center in cui vengono conservati i cloud con i big data e vengono alimentati i chip di ultimissima generazione. I consumi di energia per l’IA sono stati finora trascurati, ma l’aumento medio per l’elaborazione e il raffreddamento dei sistemi ad apprendimento automatico è valutato dell’ordine del 43% rispetto agli analoghi sistemi di computazione tradizionale. Ad oggi, si stima che i data center di ChatGpt inneschino un consumo energetico che potrebbe aumentare di cinque volte. Secondo Carlos Gómez Rodríguez, professore di Informatica e Intelligenza Artificiale presso l’Università di La Coruña: “L’IA generativa produce più emissioni dei normali motori di ricerca, che pure consumano molta energia perché, dopotutto, sono sistemi complessi che si tuffano in milioni di pagine web. Ma – continua Carlos – l’intelligenza artificiale genera ancora più emissioni, perché utilizza architetture basate su reti neurali, con milioni di parametri che devono essere per lunghi tempi addestrati”

Cosa comporta la diffusione degli Smr

Nel panorama attuale lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è considerata la strategia decisiva per la quarta rivoluzione industriale e per la potenza delle forze armate. I data center delle compagnie di informatica potrebbero diventare un segmento di mercato significativo a livello globale per gli Smr nei prossimi decenni e, non a caso, sono oggetto di ricerca e di prototipizzazione da parte anche delle imprese leader dell’informatica proprietaria, in particolar modo negli Usa, in Inghilterra, Belgio, Taiwan e Giappone.

I problemi che si aprirebbero con la diffusione degli Smr sono diversi: innanzitutto la questione della novità di una diffusione pervasiva di scorie nucleari sul territorio. Analogamente a quanto è avvenuto nel settore chimico, ci porterebbe a fare i conti con un controllo altrettanto capillare, con una variante di tossicità e di militarizzazione impressionante. Peraltro – ce lo dice uno studio della Stanford University intitolato Nuclear waste from small modular reactors – la gestione e lo smaltimento dei flussi di rifiuti nucleari prodotti dagli Smr, comparati con i Pwr a scala di gigawatt, aumenteranno i volumi equivalenti dei rifiuti nucleari, che necessitano di gestione e smaltimento, con la conseguenza che il volume dei rifiuti ad alta attività aumenterà addirittura di un fattore 30. E poiché le proprietà del loro flusso sono influenzate dalla fuoriuscita di neutroni dal nocciolo ridotto, gli Smr aggraveranno anche le problematiche legate allo smaltimento degli impianti a fine corsa.

Oltretutto, nonostante l’ottimismo in sede nazionale, siamo ancora lontani da un prototipo funzionante. I progetti di NuScale Power Corporation, Toshiba-Westinghouse di Vogtle negli Usa, di Nuward di Edf, cui collaborano anche Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare. sono o falliti o in grave ritardo.

Esistono un’ottantina di progetti Smr diversi allo studio, ma pochissimi i prototipi funzionanti, in Russia e in Cina: in entrambi i casi i costi si aggirano tra il triplo e il quadruplo del previsto. 

Qualche mese fa’ il Ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che: “con le sole rinnovabili non ce la si può fare” e che il nucleare sarebbe necessario per sopperire alla aleatorietà delle fonti rinnovabili.

Questa storia dei costi crescenti del kWh nucleare se si usa come integrazione delle rinnovabili non programmabili si conosce benissimo in Francia, dove già qualcuno, per contenere la lievitazione dei costi del kWh nucleare, propone di porre un tetto alla potenza rinnovabile installata. Che sia questo il disegno in Italia?

Ammesso che il sogno nucleare del governo Meloni non sia interrotto da un referendum, fa sorridere pensare solo al processo decisionale necessario per cercare i siti dove costruire 20 nuove piccole centrali, come previste dal ministro Adolfo Urso.

Le discussioni vanno avanti quando ancora non è stato individuato un sito per ospitare il deposito delle scorie, atteso da 14 anni. Inoltre, la politica deve fare i conti con due referendum che nel 1987 e nel 2011 hanno detto no al nucleare. 

Lo scandalo della riattivazione di Three Miles Island

Oltre 40 anni dopo l’incidente atomico, Microsoft ha firmato un’intesa con un’azienda del settore energetico per far tornare in vita i reattori nucleari di Three Miles Island. I bisogni computazionali legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, richiedono energia pulita e a poco prezzo e l’energia atomica di una centrale già lesionata ed a fine vita sembrerebbe confacente. Mi sembra una notizia terrificante per giudicare di questi nostri tempi malati. Perché, invece, non ricorrere a soluzioni che adottino tecnologie libere ed aperte come quelle fornite dalle rinnovabili ponendole a servizio di comunità locali? Perché allora non avviare narrazioni sull’IA che non creino dipendenze e limitazioni dell’autonomia personale, ridiscutendo il ruolo di potere economico- politico svolto dall’attuale Intelligenza Artificiale nel moderno capitalismo digitale? E, nel contempo, utilizzare la potenza delle intuizioni di Alan Turing per accelerare la transizione energetica, che invece appare come un mostro che si ritorce a cercare di azzannare la propria coda? Non sarà certo Trump ad indicare questa via, ma i movimenti in tutto il Pianeta ne avrebbero la responsabilità se non fosse perseguita.

Che succederà con Trump presidente?

Chiudo questa forse troppo lunga digressione con alcuni cenni sul programma di Trump, ben sapendo che la questione climatica e della transizione energetica si gioca in un campo dalle dimensioni e urgenze attualmente inestimabili e che la decarbonizzazione potrà essere frenata, ma che un’autentica inversione di rotta dopo l’arrivo di Trump sarà resa praticamente impossibile.

Secondo un’analisi di Carbon Brief si registrerebbero entro il 2030 quattro miliardi di tonnellate di emissioni statunitensi in più rispetto ai piani previsti dai democratici. La scienza climatica, comunque, intima che il tempo per rallentare il surriscaldamento dell’atmosfera è poco e che il futuro decennio sarà cruciale nell’indirizzare la crisi del clima.

Lo studio di S&P Global, società americana specializzata in analisi di mercato, rating del credito e dati su energia e materie prime indica sommariamente le seguenti misure in previsione della presidenza Trump:

  • Annullamento dei diritti di superficie concessi per l’eolico offshore.
  • Ritardi sull’annullamento per collegare più energie rinnovabili alla rete.
  • Ritiro degli Usa dall’accordo di Parigi.
  • Non partecipazione alle Cop. 
  • Aumento della produzione di petrolio da scisto.
  • Riduzione della produzione di greggio iraniano.
  • Sanzioni petrolifere al Venezuela.
  • Autorizzazioni per i gasdotti, che potrebbero potenzialmente aumentare la capacità di prelievo nelle regioni chiave.
  • Approvazione di progetti di gas naturale liquefatto (Gnl) aumentando il rilascio dei permessi di esportazione.
  • Sostegno al settore nucleare, ai progetti di reattori nucleari avanzati, di piccoli reattori modulari e incentivi alla fusione nucleare.
  • Dazi sui moduli fotovoltaici cinesi. 
  • Contrasto alle politiche favorevoli ai veicoli elettrici (Ev) a favore dell’industria automobilistica Usa.
  • Meno probabilità di subire restrizioni per gli incentivi per le tecnologie che aiutano le fonti energetiche fossili a ridurre le emissioni, come la cattura e sequestro della CO2 (Ccs). 
  • Sostegno all’attività mineraria nazionale, anche in funzione del reperimento di minerali critici.
  • Taglio dei bilanci delle agenzie di supervisione normativa, tra cui l’Epa.
  • Annullamento delle norme sulle emissioni di gas serra e per la protezione dei corsi d’acqua, perseguendo politiche favorevoli all’estrazione del carbone.

Il ritorno cli Donald Trump ribalta qualsiasi equilibrio e può rendere vano qualsiasi tentativo di coordinamento internazionale. Con lui il clima sarà un moltiplicatore di fragilità. Ieri, oggi e sempre di più. 

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Di admin