di Federica Lovato
La Rivoluzione Verde fonda le sue radici nel progetto di ricerca Messicano nel 1940 dalle Fondazioni Rockefeller e Ford, sotto la guida del genetista americano Norman Borlaug, per incrementare la produzione di grano, mais e riso, attraverso varietà capaci di aumentare le rese più facile da raccogliere con mezzi meccanici. Il successo ottenuto incrociando diverse varietà ad alto rendimento, associato a nuove tecnologie agricole è stato esportato negli anni Sessanta del secolo scorso verso altri Paesi, come India e Pakistan.
Nei due decenni successivi, anche grazie allo sforzo di ricerca e di collaborazione istituzionale internazionale, la produzione di cereali è più che raddoppiata a livello mondiale, incrementando così la sicurezza alimentare nel Sudest asiatico, mentre in Africa la crescita è stata inferiore. L’aumento delle rese è stato possibile attraverso la selezione di ibridi adatti soprattutto all’agricoltura meccanizzata e in grado di sfruttare al meglio i fertilizzanti.
L’aumento della produttività agricola funzionale a soddisfare l’esigenza di fornire cibo a una popolazione mondiale crescente, in cinquant’anni ha fornito un triplice aumento della produzione agricola globale, con un aumento della superficie coltivata del solo 12%. Il processo di industrializzazione dell’agricoltura, intensificatosi dopo il secondo dopoguerra, ha creato le condizioni per una crescente dipendenza dell’agricoltura dai fattori produttivi di origine industriale, fertilizzanti, agrofarmaci, sementi, mezzi tecnici, che hanno determinato la progressiva specializzazione delle attività produttive agricole. L’agricoltura se prima di essere industrializzata produceva gran parte dei suoi fattori produttivi, successivamente, è divenuta totalmente dipendente dal mercato per la loro acquisizione, come l’utilizzo delle macchine a benzina che ha portato all’aumento del consumo di petrolio nel settore agricolo, con la conseguenza di necessitare della sua fornitura; o l’acquisto di sementi prima erano custodite dagli agricoltori, sostituite da quelle di proprietà delle multinazionali che detengono le linee pure per la produzione di ibridi, e i brevetti sulle sementi OGM e sulle tecnologie per ottenerle. Allo stesso tempo l’impiego di fertilizzanti chimici ha ridotto la fertilità naturale del terreno e le pratiche agronomiche finalizzate a conservarla portando al loro abbandono a favore della monocoltura. Di conseguenza, la crescente specializzazione delle colture ha richiesto un utilizzo maggiore di agrofarmaci per proteggere piante produttive ma fragili, anche a causa della coltivazione in ambienti sempre più degradati.
In questo modo la diffusione delle monocolture e degli allevamenti intensivi, pilastri degli attuali modelli di sviluppo agroindustriale, ha consolidato il meccanismo di dominio dalle logiche e dalle strategie dei settori industriali che le forniscono i fattori produttivi.
Oggi il 75% dei prodotti alimentari vegetali proviene da nove specie e più del 50% da appena tre. Il 90% dei prodotti di origine animale proviene da quattordici specie. Questa omogeneizzazione deriva da importanti e continue operazioni di concentrazione registrate in tutti i settori le cui attività sono collegate a quelle agricole. A monte della fase agricola ci sono le industrie che producono e forniscono i fattori produttivi, oggi rappresentate da:
- tre imprese multinazionali che controllano il mercato mondiale dei semi geneticamente modificati, il 90% di quelli convenzionali e l’80% del mercato degli agrofarmaci;
- sei imprese che controllano il 60% del mercato delle macchine e degli attrezzi agricoli, due delle quali detengono il 100% delle quote di mercato dei trattori;
- dieci imprese che controllano il mercato mondiale dei fertilizzanti chimici di sintesi;
- cinque imprese che controllano il 75% del mercato dei farmaci veterinari.
Per quanto riguarda il commercio, cinque multinazionali (Archer, Bunge, Cargill e Dreyfus, Cofco) controllano tutte le principali materie prime agricole.
Queste imprese, che agiscono come un oligopolio, non operano isolate, ma integrano le loro attività e creano sistemi complessi che arrivano a gestire intere filiere agroalimentari. Esempio è il global meat complex (complesso globale della carne), dove, in base alle specie allevate, tra il 55% e l’85% delle produzioni sono controllate, dall’origine al consumo finale, da solo tre imprese.
Tutto questo sistema si muove in un contesto globale, regolato dalle logiche della finanza, che determina fusioni e acquisizioni, influenza i prezzi e orienta gli investimenti, che negli ultimi anni hanno riguardato le grandi multinazionali del biotech (Bayer-Monsanto; Dupont-Down, Chem China-Syngenta) e dell’industria alimentare (Kraft-Heinz; AB InBev-Sab Miller). Al riguardo, basti pensare all’importanza che oggi è riconosciuta al parametro della competitività in base ai costi di produzione, in ragione del quale sono state realizzate moltissime delocalizzazioni d’impresa, con il risultato di indebolire i sistemi produttivi dei Paesi d’origine e di rafforzare forme di sfruttamento del lavoro nei Paesi di destinazione.
Con il passaggio dall’agricoltura di sussistenza al commercio e l’abbandono di numerose varietà di piante e di sistemi di agricoltura tradizionali, le società si sono disgregate a seguito degli squilibri di ricchezza generati, e allo smantellamento dei vecchi equilibri sociali.
In questo modo l’agricoltura in pochi decenni è passata dall’essere un’attività complessa, fondata sullo svolgimento di diversi cicli produttivi all’interno della stessa azienda, ad un’attività specializzata, dipendente dall’esterno per l’acquisizione di tutti i principali fattori produttivi.
La “colonizzazione” del pensiero agricolo da parte dell’Occidente ha marginalizzato i saperi locali, che avevano una grande conoscenza della terra e una maggiore connessione con i suoi equilibri, e la modalità di rapportarsi alla terra tipico dell’agricoltore tradizionale chiamato a ricercare la migliore combinazione economica dei fattori produttivi disponibili. Infine da quando l’agricoltura è stata inserita all’interno delle logiche dell’Organizzazione mondiale del commercio, ed è stato fissato il principio che gli aiuti a sostegno dell’agricoltura per essere ammessi dal WTO non possono influire né sulla produzione, né sugli scambi, l’assetto delle politiche agricole non è più definito dai singoli Stati, ma in funzione dell’esigenza di non entrare in contrasto con le regole del WTO. Così il potere di definire le politiche agricole è passato dalle sedi nazionali, alla sede internazionale, permettendo alle grandi multinazionali di poter fare più pressione per il raggiungimento dei propri obiettivi commerciali. Lo spostamento del livello decisionale ha comportato sia grandi limitazioni alla sovranità dei singoli Paesi, sia conseguenze sulla possibilità di tutelare un importante diritto come la sovranità alimentare. La popolazione mondiale è raddoppiata tra il 1970 e il 2015. Durante questo periodo la produzione globale di cereali è quasi triplicata, di ortaggi è aumentata di quattro volte, di pomodori di cinque, e di soia di otto. Questo importante aumento della produzione è stato ottenuto attraverso l’espansione dei terreni agricoli, l’introduzione di nuove varietà di colture, e un uso più intensivo di prodotti agrochimici e agro tecnologie. Tuttavia, le aree che sono state interessate da un maggiore tasso di produttività non sono quelle che avevano più bisogno, e il commercio non è stato sufficiente a favorire la redistribuzione delle produzioni. Inoltre la specializzazione dei sistemi agricoli ha portato a livelli significativi di perdita di biodiversità, con potenziali effetti sulla sostenibilità ambientale dei sistemi agricoli e sulla possibilità di una diversità delle forniture alimentari per il futuro.
I dibattiti sull’agricoltura oggi riguardano principalmente la sostenibilità del sistema agroalimentare e si concentrano sulla dimensione ambientale. Le preoccupazioni critiche si concentrano sull’impatto che lo sviluppo agricolo ha avuto sulla disponibilità e qualità dell’acqua, sul degrado del suolo, sulla qualità dell’aria, sui cambiamenti climatici, e sugli ecosistemi. Anche le disuguaglianze sociali generate dalla Rivoluzione Verde sono oggetto di critiche, poiché l’incorporazione delle nuove pratiche è stata associata a processi di differenziazione sociale e aumento dei prezzi dei terreni, che incidono sulla situazione socio-economica dei poveri rurali. Combattere l’insicurezza alimentare e la malnutrizione rimangono ancora le sfide più importanti da affrontare. Le ultime stime suggeriscono che il 9,7% della popolazione mondiale è stata esposta a gravi livelli di insicurezza alimentare nel 2019, e che in tutte le regioni del mondo, ad eccezione del Nord America e dell’Europa, l’insicurezza alimentare è aumentata dal 2014 al 2019. Dati recenti mostrano un aumento dei livelli di fame nel mondo, invertendo una lunga tendenza al ribasso. Secondo le ultime stime, circa 821 milioni di persone nel mondo sono cronicamente denutrite, rispetto agli 804 milioni del 2016. Gli attuali sistemi agroindustriali tra denutrizione, sovralimentazione e carenze, creano problemi a circa il 40% della popolazione mondiale. In questo quadro, la questione degli sprechi e delle perdite di cibo è rilevante rispetto alla determinazione delle principali problematicità di sistema.
Nel 2011 la FAO stima che le perdite e gli sprechi di cibo ammontavano a quasi 1,3 milioni di tonnellate, pari a circa il 30% della produzione globale, in aggiunta a ciò secondo la FAO circa il 28% delle terre impiegate per attività agricole è usato per coltivazioni i cui prodotti vanno perduti. Da qui ne discende che il problema degli sprechi concorre a determinare, e ne è diretta espressione, di quello che è uno dei più grandi paradossi e il più grande conflitto di interessi del nostro tempo, vale a dire un sistema agroindustriale globale che, nel complesso, produce più cibo di quanto ne occorre; ma che riesce, al contempo, a creare problemi di salute a una cospicua parte della popolazione mondiale e a perdere o a sprecare il 30% dei suoi prodotti.
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