Come ogni anno, a Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano tiene il suo “Discorso alla Città” che funge da esortazione alla diocesi e alla cittadinanza tutta e che per l’anno 2022 ha assunto connotati pratici. Se per prassi non si intende una serie di esempi concreti, ma ci si rifà ad una idea aristotelica, per cui pratico è quel sapere che ha per oggetto il possibile e ha come scopo l’illuminazione dell’agire. 

La prima parte del discorso (pagg 7-10) è un elogio all’inquietudine, una inquietudine che viene a sfidare la paura, la certezza, il pregiudizio con la sua domanda: “e gli altri?” . Gli altri sono quelli che sono fuori dallo sviluppo frenetico della città, quelli che non ce la fanno, quelli sui quali è scaricato il costo del nostro modello di progresso. Questa domanda è l’inizio della pratica, è quella domanda primigenia la ricerca della risposta alla quale deve essere la linea di condotta pratica. 

Se l’inquietudine è rimedio per “contrastare la soddisfazione narcisista che si assesta in un egocentrismo rovinoso” (pag 11)  è il realismo della speranza (pagg 11-20) la modalità con cui si attua la risposta all’inquietudine. Questo realismo è un umanesimo che rende desiderabile la convivenza civile, la “com-unità” e la speranza è la promessa di una vita buona. Un approccio realista, che ha come scopo la vita buona, deve rifuggire dalle semplificazioni, dal conformismo, dalla superficialità, dall’assumere per certo il paradigma individualista, dimenticandosi della dimensione sociale e politica dell’uomo che richiama il principio di solidarietà e fraternità, concetti che esulano dalla mera somma degli interessi individuali. Approccio realista significa anche lungimiranza delle politiche educative (soprattutto di passaggio all’età adulta) e socio-sanitarie (la cura delle cronicità degenerative); progettazione economica (nel senso proprio etimologico del termine, οἰκονομία) non basata solo sulla compravendita ma sul rispetto per tutti gli ambienti, per una vita buona massimamente diffusa. Questa via pratica va a scontrarsi frontalmente con il neoliberismo (pag. 18) che si ammanta di “paternalismo generoso e ostentata filantropia” ma che perpetua iniquità e umiliante subordinazione. Un realismo, infine, che chiama la speranza della pace e della diplomazia come migliori modalità di convivenza (ndr migliori sicuramente della guerra). 

Per ottenere una vita buona, il combinato disposto di realismo mosso da inquietudine si concreta nella buona politica, di cui fa l’elogio nella terza e ultima parte del “Discorso” (pagg. 21-27). Buona politica è curare il bene comune oltre il proprio interesse, è preoccuparsi dell’altro, è il non affidarsi al volontarismo ma creare sistema. La forma migliore in cui si può declinare la politica è la democrazia rappresentativa (pag. 25) che richiede “impegno condiviso per contestare e correggere la sfiducia che è presente in chi non vuole essere coinvolto […] non si interessa degli altri”. Democrazia rappresentativa accompagnata dalla partecipazione e dall’incentivazione alla creazione di forme aggregative per coinvolgere, e prendersi cura di, chi non parla e non vota. 

Questo grosso modo l’impianto tripartito del “Discorso alla città”. Il richiamo ad Aristotele che vorremmo proporre non attiene al punto di vista sostanziale, dei contenuti, ma a quello formale. A cominciare dall’inizio, per entrambi.

Nel primo libro della Metafisica lo Stagirita infatti scrisse che “Ogni uomo per natura desidera conoscere. Gli uomini, da sempre, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare”. E’ la curiosità, il porsi domande. Alla base dell’azione declamata dal Delpini sta una domanda appunto, quella dell’inquietudine.

Ma il parallelo può continuare. In Aristotele i saperi erano teoretici, pratici e poietici. Il secondo e il terzo studiano il possibile e in particolare l’etica e la politica indagano l’ambito dell’agire umano, la politica nello specifico quello collettivo. Qui ci si riallaccia al “Discorso”. L’inquietudine, con la sua domanda “e gli altri?” fa un richiamo molto politicamente aristotelico, e cioè che l’individuo non basta a se stesso, non solo nel senso che non può provvedere ai suoi bisogni da solo ma che non può, al di fuori del consesso sociale, giungere alla virtù e alla vita buona. Lo Stato è una comunità che non deve avere in vista solo l’esistenza umana ma un’esistenza buona. Il “realismo della speranza”, declinato in politiche familiari, educative, sanitarie, di cura del territorio e della pace tramite la diplomazia riconosce quella eterogeneità sociale che sta alla base della politica aristotelica che ha tra le sue funzioni anche l’educazione del cittadino a compiere azioni virtuose in tempo di pace. Non a caso però il primo elogio del realismo è quello della casa, dell’oikos (οἶκος), della famiglia, la cui gestione delle risorse è uno dei primi mezzi per il fine, che è sempre la vita buona. Ed ecco che la buona politica, quella degna di elogio, è quella che, avendo presente il modus operandi del realismo, attiene ad azioni concrete, è intrisa di quella socialità che tiene conto della diversità di ciascun individuo, che in virtù del principio di fraternità non sopprime le forme di individualità e diversità. Che erano poi le maggiori critiche che Aristotele muoveva alla politica del suo maestro (una delle tante ferite del parricidio platonico). 

E così in uno dei Discorsi alla Città più politici degli ultimi anni si possono, volendo, ritrovare gli echi della primordiale riflessione politica occidentale.

Andreas Massacra

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