L’inizio della COP, segnato dall’annuncio del fondo per il ‘loss and damage’, sembrava prefigurare il corso di questa conferenza al contrario, conclusa ancor prima di cominciare.

di Vladislav Malashevskyy,


Le giornate di negoziato hanno purtroppo confermato questa premessa. Ciò che era stato immaginato come un trionfo, si è rivelato una corsa affannosa verso una conclusione precoce. Il marketing e la comunicazione mediatica hanno giocato un ruolo determinante, fornendo quella patina di ‘successo’ che la presidenza intendeva promuovere. Tuttavia, nel cuore delle trattative, si è percepita una costante urgenza e un incessante senso di ritardo, che non hanno portato vantaggi, ma piuttosto uno stato di continua inefficacia. Ogni processo ha i suoi tempi e questo, in particolare, non può essere accelerato senza compromettere l’intera procedura.

Durante i negoziati, ho avuto la sensazione che l’obiettivo primario fosse concludere piuttosto che progredire in modo sostanziale o raggiungere risultati concreti. Quando lo scopo di un processo è solo il suo termine, il contenuto e l’impatto passano in secondo piano, prevalendo l’urgenza di concludere.

Per quanto riguarda l’Articolo 6, noto per i suoi continui rinvii, in particolare sull’Articolo 6.2, si è notato che, dopo l’usuale ballooning iniziale del testo, la fretta di concludere – e indubbiamente anche l’abilità negoziale della co-presidente saudita – ha ridotto drasticamente il documento a una frazione del suo contenuto originale. La troncatura delle parti su cui mancava il consenso ha lasciato il testo quasi privo di significato, riducendolo a un vuoto referenziale e tautologico. Gli incontri successivi sono stati dominati da una retorica costante di ‘ritardo’ e dalla necessità di giungere a conclusioni, in modo così incalzante da rendere difficile qualsiasi contributo costruttivo. Si sono susseguite giornate e notti all’insegna della mancanza di tempo, creando un clima di apprensione tra i negoziatori nel proporre nuove idee senza un consenso assicurato, per paura di rallentare ulteriormente i lavori.

Le ore finali della COP hanno confermato questa tendenza. In generale, una corsa affannosa alla chiusura, con frequenti tagli agli argomenti in agenda. Molti punti, tra cui quelli sull’Articolo 6, sono stati rimandati a COP29, facendo ampio ab-uso della “Draft Rule 16”. Per una presidenza che vedeva ogni minuto successivo alla chiusura dichiarata inizialmente come un danno alla propria immagine, era necessario chiudere immediatamente. 

Nelle stanze dell’Articolo 6, verso la fine, senza nemmeno un tentativo serio di raggiungere un accordo basato sul consenso, ci si è diretti precipitosamente verso una chiusura disastrosa. Il testo è stato bocciato. Vani gli ultimi disperati tentativi notturni. Rule 16. 

La fretta della presidenza ha giovato al processo?
Dal mio punto di vista, sia procedurale che emotivo, la risposta è no. Si tratta, senza dubbio, di una COP partita con un debito di tempo.

Il problema reale, però, è che il tempo di cui siamo realmente in debito, e che è decisamente scaduto, è quello dedicato all’azione sul clima.

Loading

Di admin