di LAURA TUSSI

In Sardegna si è costituita la rete Warfree, nata dall’iniziativa di cittadini e imprenditori che vogliono dimostrare come costruire un modello economico ispirato alla pace e alla cooperazione sia possibile. Vediamo chi ne fa parte e come funziona, esaminando anche una delle campagne pacifiste più importanti fra le tante in corso sull’isola, quella contro la RWM.

Promuovere una nuova economia, civile, sostenibile e libera dalla guerra, in Italia e nel mondo, a partire dalla Sardegna, valorizzando il territorio della Sardegna e presentandolo come un luogo da cui nasce una proposta di pace. Offrire alla politica e all’opinione pubblica un segno di economia positiva per mostrare strade alternative all’industria delle armi e all’estrazione di valore. E ancora, portare lavoro degno nel territorio, offrendo occasioni di crescita e strumenti di promozione alle imprese e ai professionisti aderenti.

Sono questi i principali obiettivi perseguiti dal progetto Warfree, che vuole promuovere nel mondo digitale le imprese sarde che si impegnano nel difficile processo di cambiamento da un modello di economia fondato solo sul profitto a uno più solidale e attento alla pace e all’ambiente. Come? «Ad esempio attraverso il marketplace warfree.net, che mette in contatto le imprese in Sardegna che si impegnano a rispettare un’etica civile e sostenibile con tutte le persone interessate ad acquistare i loro prodotti», ci spiegano Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa, referenti della rete da cui ci siamo fatti raccontare i dettagli del progetto.

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La rete Warfree come proposta di un’economia di pace, dunque.

Esatto: nel 2021 nasce la rete Warfree – Lìberu dae sa gherra, un’associazione di categoria degli imprenditori, commercianti e professionisti per la pace e la transizione ecologica che oggi conta oltre 70 soci che svolgono diverse attività economiche in Sardegna, dalle agenzie di traduzione, alle imprese agricole e artigiane, dai servizi di comunicazione pubblicitaria all’ospitalità turistica, alla promozione del territorio.

L’idea della valorizzazione del territorio e della “pace dal basso” è sempre stata presente nella consapevolezza dei membri del comitato e inclusa nel lungo nome che abbiamo citato precedentemente, ma è stata la necessità di rispondere concretamente alla mancata riconversione industriale della fabbrica d’armi a farci capire che era arrivato il momento di agire per riconvertire il tessuto produttivo e culturale. La pace  si costruisce nella quotidianità, con l’esercizio di un’economia costruttiva che rispetta i lavoratori, l’ambiente e i destinatari del lavoro. Tutti i prodotti e i servizi delle aziende appartenenti alla nostra rete si fregiano del Marchio collettivo europeo Warfree

Parliamo del Comitato Riconversione RWM: com’è nato e con quali obiettivi?

Noi sintetizziamo dicendo che è nato da un “sussulto etico”, una reazione di umanità a una notizia divulgata dalla stampa internazionale che ha riportato che le bombe prodotte da RWM, una fabbrica del nostro territorio, hanno contribuito ai massacri nello Yemen. L’informazione era documentata e incontrovertibile e noi abbiamo sentito il bisogno di reagire con un “no”. Ce lo chiedeva la nostra comune umanità, ce lo chiedeva il senso della storia. Quante volte ci siamo chiesti davanti a dei fatti orrendi, cosa facesse la “brava gente” mentre si compivano misfatti catastrofici a danno di gruppi e popoli? Non volevamo stare zitti. Il silenzio è amico delle fabbriche d’armi.

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Qual è la storia di come la RWM si è insediata in Sardegna?

La fabbrica sul nostro territorio aveva avuto un percorso considerato quasi normale. Nel Sulcis Iglesiente, un comprensorio bellissimo e ricco di risorse naturali e culturali, il percorso minerario si era esaurito e così la SEI – Sarda esplosivi industriali, con sede nel Comune di Domusnovas, che produceva esplosivi impiegati nell’industria mineraria, nel 2001 viene riconvertita al bellico, nonostante il ritorno occupazionale minimo e la fortissima reazione contraria di cittadini e istituzioni. 

Nel 2010 la proprietà della fabbrica viene acquisita dalla RWM Italia, posseduta al 100% dal colosso tedesco Rheinmetall, una delle più grandi industrie belliche al mondo. La popolazione e le istituzioni perdono via via di vista quanto avviene dentro la fabbrica e, a parte chi ci lavora, ancora si parla di essa come della “polveriera”. Come detto, nel 2015-2016 le prime inchieste giornalistiche documentano che tra gli ordigni sganciati in Yemen ci sono anche le bombe serie MK prodotte in Sardegna, a Domusnovas, da RWM Italia, inviate in Arabia Saudita attraverso le strade, i porti e gli aeroporti dell’isola, in aperta violazione della legge 185 del 1990 e dei diritti umanitari fondamentali.

Il  diritto al lavoro non può entrare in contrasto con il diritto alla vita: volevamo liberare  la nostra comunità da questo terribile dilemma, coperto dal ricatto occupazionale

Come ha reagito il popolo sardo?

La presa di coscienza del ruolo tremendo della fabbrica del Sulcis Iglesiente suscita nel 2017 la risposta concreta della società civile con la nascita del Comitato Riconversione Rwm per la Pace ed il Lavoro sostenibile. Il comitato si costituisce in tempi brevissimi, dopo un appello nella piazza principale della città, con l’adesione di oltre venti aggregazioni costantemente in dialogo con istituzioni, associazioni sindacali e datoriali, oltre che con le reti pacifiste italiane e internazionali.

Il suo nome completo – “Comitato per la riconversione RWM, per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica ai processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis iglesiente” – contiene già il suo programma, perché da subito si è compreso che la riconversione è un processo complesso e multifattoriale. L’obiettivo è quindi quello di promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro dello stabilimento RWM sito tra i territori di Iglesias e Domusnovas, esprimendo una volontà di pace dal basso.

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Qual è la posizione della rete Warfree rispetto al “ricatto” che spesso contrappone diritto al lavoro a scelte etiche?

Il  diritto al lavoro non può entrare in contrasto con il diritto alla vita: volevamo liberare  la nostra comunità da questo terribile dilemma, coperto dal ricatto occupazionale. Nel 2019, insieme a tutte le organizzazioni in rete a livello nazionale e internazionale, abbiamo ottenuto dal Governo la sospensione per 18 mesi di sei licenze di esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, convertita in revoca definitiva nel 2021 dal secondo Governo Conte.

All’esito del divieto di esportare armi in Arabia Saudita, in conseguenza della semplice applicazione della legge 185 del 1990, l’80% della produzione dello stabilimento di Domusnovas non ha più sbocco commerciale, evidenziando in modo inequivocabile che sotto il segno di “fabbrica per la Difesa”, c’era di fatto un sostegno alle politiche aggressive di varie nazioni. Le scelte politiche della amministrazione regionale, in netta antitesi con il clima culturale e le istanze del territorio, chiudono la possibilità di una riconversione reale che l’embargo all’Arabia Saudita aveva aperto. warfree2

Cosa può fare la scuola per contrastare la dilagante cultura militarista?

È proprio della scuola produrre una nuova cultura per rispondere alle urgenze di questo momento storico. L’educazione alla pace è un suo compito specifico, in base ai principi costituzionali, alle linee guida ministeriali e all’Agenda ONU 2030. La pace è lo strumento fondamentale per garantire il diritto alla vita, prioritario rispetto a qualsiasi altro. Un modo per applicare questo principio è presentare esempi concreti di stili di vita individuali e collettivi, aperti, tolleranti, dialoganti, pacifici. In sostanza, dilatare l’aula per fare incontrare gli studenti con realtà positive già operanti.

Allo stesso modo, noi della rete Warfree riteniamo che si debba escludere l’inserimento nei programmi scolastici di proposte provenienti dalle forze armate e qualunque contatto diretto degli studenti con le armi, i poligoni, le basi militari e le fabbriche di armamenti, per evitare che la guerra diventi qualcosa di inevitabile nella mentalità degli studenti e delle studentesse.

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