L’Armenia è un paese dalla storia millenaria, un paese dalla storia tormentata, stretto tra
Romani, Persiani, Arabi, Turchi e Russi. Un piccolo popolo che ha sviluppato una coriacea
cultura, con tratti del tutto particolari. Una cultura legata al cristianesimo e alla lingua
armena che si sono diffusi e sviluppati nell’antico Regno d’Armenia nel III secolo d.c
.
in maniera mutuale: l’alfabeto nacque per diffondere il cristianesimo in un periodo dove il
paese era stretto tra paganesimo romano e zoroastrismo. Pertanto, girare l’Armenia, in
inverno come abbiamo fatto noi (per cui tante bellezze naturali sono inaccessibili, data la
presenza di neve e la impercorribilità di molte strade e sentieri), significa addentrarsi in un
tour soprattutto storico, artistico e religioso.
La lingua può essere un problema. Dato il suo recente passato (genocidio, indipendenza
fatta da poco), circondata da turcofoni (Turchia e Azerbaijan), in guerra trentennale con gli
azeri, sostenuti dai turchi, il paese era, per così dire (perché poi c’è stato un riavvicinamento recente agli USA), naturalmente alleato della Russia.
Dunque, oltre all’armeno e a qualche indicazione in inglese, la lingua parlata è il russo,
praticamente una seconda lingua. Si può incontrare qualcuno che parla inglese solamente a
Erevan, la capitale (ma non datelo per scontato).
La prima tappa ci vede andare verso sud, in direzione del monastero fortificato di Tatev, che
si trova oltre l’altipiano armeno del caucaso meridionale. Il primo monumento che
incontriamo per la strada è l’iconico monastero di Khor Virap. Questo siede su una
collinetta di fronte al maestoso Monte Ararat, il più imponente monte dell’Armenia storica
ma che ora si trova appena oltre il confine turco, privando così il paese di uno dei suoi
simboli. Qui, secondo la leggenda, re Tiridate III nel 288 d.c. imprigionò in una fossa San
Gregorio Illuminatore (il Gregorio Armeno di Napoli), l’evangelizzatore dell’Armenia.

Questo importantissimo monastero può essere considerato il luogo in cui nacque la
cultura armena
così come la conosciamo, tra alfabeto e religione. Dopo 13 anni di prigionia
infatti, le agiografie raccontano che Gregorio guarì il re Tiridate da una incurabile malattia. In
virtù di ciò il re e la sua corte si convertirono al cristianesimo. Fondato da Artaxia I nel II
secolo a.c. come fortezza e residenza, il primo complesso monumentale monastico fu fatto
erigere nel VII secolo d.c. dal Catholicos (massima autorità spirituale della chiesa armena)
Narsete III. La chiesa che si può ora ammirare è del XVII secolo ed è dedicata a Nostra
Signora. Da una collina vicino si può vedere un panorama davvero suggestivo: il monastero
con le sue mura e alla spalle la maestà dell’Ararat innevato.

Proseguendo verso sud visitiamo un secondo complesso monastico del XIV secolo,
quello di Noravank
, che si erge su uno sperone roccioso nella stretta valle di Amaghu,
ricca di bauxite. In inverno si crea la suggestiva bicromia tra il rosso delle nude rocce ferrose
e il bianco della neve. Il monastero si compone di tre chiese: San Giovanni il Precursore,
San Gregorio e quella Santa Madre di Dio. Sede del potente episcopato di Syunik, centro
di cultura con il suo scriptorium, di cui rimangono solo rovine, era quasi un dominio
familiare della potente dinastia degli Orbeliani,
ricca e nobile famiglia armeno-georgiana.
Il Gavit (nartece) della chiesa di San Giovanni ospita le tombe di diversi membri della
dinastia orbeliana. Noravank è, nel suo complesso, il capolavoro di Momik, il più famoso
architetto, scultore e miniaturista armeno del medioevo. Oltre a essere stato
l’architetto delle tre chiese, è stato lo scultore di raffinatissimi “khachkar”,
monolitiche steli commemorative, scolpite con bassorilievi generalmente raffiguranti una croce decorata contornata da motivi floreali, geometrici e astronomici.
Tale arte
raggiunse il suo apice tra l’XI e il XIV secolo, per poi declinare sotto l’invasione mongola e
riprendersi due secoli dopo per circa altri 100 anni, ma senza raggiungere lo splendore
medievale.

Prima di raggiungere il terzo dei grandi monasteri del basso caucaso, quello di
Tatev ci fermiamo a Goris. Per raggiungere la città si percorrono circa 100 km
nell’altopiano armeno: una piana situata a più di 2100 metri slm, che di inverno è
completamente ricoperta di neve. Un monocolore bianco spezzato solo dal grigio
dell’asfalto. Le strade nelle città versano in condizioni critiche, ma le statali, quelle che
collegano le varie parti del paese sono tenute in dignitosissimo stato e così la rete telefonica
che prende ovunque. Del resto, per un paese in guerra da quando è diventato indipendente
nell’ultimo decennio del XX secolo, è necessario avere infrastrutture statali e
telecomunicazioni efficienti, per poter spostare mezzi di notevole mole rapidamente da un
confine all’altro. Goris, con i suoi 23000 abitanti è la seconda città più popolosa della
provincia di Syunik, la più meridionale del paese, ma la prima per storia e passato. Non solo
è ora sede della diocesi ma è anche uno dei centri più importanti a livello nazionale della
produzione artigianale di tappeti armeni. La parte più interessante della città si trova alla
periferia, dove era sita la città antica e medievale, Kores. Sulla parete rocciosa che
contorna questa parte dell’insediamento, al di là del cimitero cittadino, si stagliano una
serie di camini di pietra. In origine queste erano cave e miniere, ma si intravedono
aperture che portano in vere e proprie caverne che fungevano da abitazione per gli
abitanti durante le frequenti invasioni
(persiani, selgiuchidi, turcomanni, mongoli, timuridi
e chi più ne ha più ne metta).

Dopo tre quarti d’ora di tortuosa strada si arriva al monastero fortificato di Tatev, sito su
uno sperone di basalto che domina la stretta gola del fiume Vorotan. Se Noravank era il
monastero dell’arte e delle miniature, il coevo centro di Tatev ospitava invece la più grande
Scuola, università si potrebbe dire, dell’armenia medievale per quanto riguardava la
filosofia (naturale e non), teologia e matematica. Il monastero è legato alla personalità
di Gregorio di Tatev, illustre chierico e filosofo della cultura medievale, massimo
esponente della filosofia scolastica in quella remota parte del mondo europeo
. Il
monastero gode di un ottimo panorama ed è circondato da una imponente cinta muraria. Il
complesso è composto da tre chiese: Santi Pietro e Paolo, la più antica risalente al IX
secolo, con un grande gavit antistante, ricco di nicchie, incisioni e bassorilievi; San Gregorio
di tre secoli più giovane; Santa Madre di Dio, del XI secolo, all’origine mausoleo a ridosso
delle mura con funzioni di guardia. Oltre a queste si trova il Gavazan o colonna della
Santissima Trinità, che fungeva sia da campanile, che da vedetta, che da prevenzione
sismica. Infatti il suo ondeggiare a piccoli movimenti tellurici, consentiva ai monaci e agli
abitanti di mettere in atto le azioni che potevano, al fine di limitare i danni di future o
imminenti scosse.
Per il resto Tatev è un villaggio di meno di mille abitanti. Se offre strutture ricettive? Sì,
qualche B&B ma non aspettatevi nulla più che una stanza o una dependance della casa
rustica di qualche contadino. Se va bene potrete vivere l’esperienza della cena dell’abitante
dell’armenia profonda: vino acetato, formaggio stagionato di capra, lavash (una piadina
armena), qualche sottaceto, pelmeni (ravioli ripieni di carne), katleta (polpettona al forno),
frutta sciroppata
. Il rischio serio, essendo una località turistica in via di sviluppo e che fino
al 2010 non era possibile raggiungere in pullman, è quello di avere stanze fredde e acqua
contingentata. Come vivono lì del resto.

Da Tetev bisogna partire presto al mattino per raggiungere dopo 4 ore e mezza di macchina,
ripercorrendo l’altopiano per raggiungere il solo tempio greco-romano rimasto in Armenia, il famoso tempio di Garni costruito in stile ionico dal re Tiridate I nel I d.c..
Tempio dedicato a Mihr oppure mausoleo? La domanda è lecita, perché è stato l’unico
edificio sopravvivere alla distruzione dei luoghi pagani sotto Tiridate III. Potrebbe essere
sopravvissuto anche perché fulgido esempio di arte classica che ricalcava una delle Sette
Meraviglie del Mondo Antico, il Mausoleo di Alicarnasso. Il Tempio, posto su una scogliera
sul canyon del fiume Azat, crollò completamente a causa di un devastante terremoto nel
1679, che ne fece collassare la struttura. Tuttavia le macerie erano quasi intatte e pertanto
ne fu possibile una fedele ricostruzione, con gli stessi materiali, completata circa 300 anni
dopo, a seguito di 40 anni di restauri. Il Tempio, costruito su un podio elevato, è circondato
da 24 colonne (6 sui lati corti e 8 sui lati lunghi) di ordine ionico ed è composto da un
pronao e una cella. I fregi e il frontone sono ricchi di decorazioni floreali e geometriche. Il
tempio ha dimensioni ridotte e probabilmente la cella conteneva un altare e una piccola
statua, tenendosi le cerimonie all’aperto. Il complesso archeologico si completa con i resti di
una chiesa cristiana, adiacente al tempio e le vecchie terme, con tanto di mosaici, dato che
Garni funse da residenza estiva per la sorella di Tiridate III. E’ davvero di grande fascino
visitare questo tempio di inverno: è infatti il tempio ellenistico più alto del mondo e solo
qui (eccettuato qualche sporadico episodio al Partenone) si può vedere una struttura
simile che coabita con montagne e neve, variando dunque dall’immaginario che vede
la grecità legata al caldo sole del mediterraneo.

Poco distante si trova un altro importante sito che si colloca a cavallo tra il tardo-antico e il
medioevo armeno, il monastero di Geghard, anche esso, come i precedenti descritti, è bene
dell’Unesco. L’orgine risale al IV secolo d.c. come romitorio con alcune cappelle scavate
nella roccia e fondato da Gregorio Illuminatore. Il luogo è bucolico: si trova infatti all’inizio
di una valle, al termine di una strada che lì finisce, dove sgorga una sorgente, tra rocce in
inverno innevate. Oltre alle piccole cappelle scavate nella roccia, il monastero ha due
chiese. La chiesa principale, con decorazioni in stile arabo è del 1215, mentre poco distante
sta la parte forse più interessante: la Chiesa della Sorgente (1225), completamente
scavata nella roccia, con iscrizioni, bassorilievi e colonne anche essi ricavati dal basalto
della montagna. Essa è formata da un’abside e due profonde nicchie, ed è sormontata da
una cupola ad archi incrociati. Preceduta da un grande gavit, aperto sulla sommità, così da
permettere l’ingresso della luce, entrambe le strutture sono decorate con stalattiti che
sporgono sui costoloni delle volte. Fuori dalle mura del monastero, pure loro del XIII secolo,
si può vedere il torrente la cui sorgente è all’interno della chiesa e oltre a questo una nuova
grotta che si può raggiungere percorrendo un gobbo ponticello. Sulla strada lastricata che
porta al monastero stazionano bancarelle di oggettistica sacra ma anche proponenti
specialità culinarie. Vale la pena, in particolare, assaggiare una torta tipica della zona: pasta
di pane, decorata con motivi religiosi e ripiena di mele e loro marmellata. Ottima merenda
prima di tornare a Erevan.

Molti sono i piccoli sacrari e cimiteri, al ciglio della strada, dove si commemorano i morti
delle due guerre del Nagorno Karabakh, una ferita apertissima nel popolo armeno, visto
che ha mutilato il paese di un quarto del suo territorio, con l’ultima sconfitta che ha visto
l’Armenia perdere un territorio che dava quasi per acquisito, al prezzo anche di molte vite.
La strategia usata due anni fa dall’alto comando armeno, che ricalcava quella di 30 anni
precedente, una strategia fatta di artiglieria e tenuta delle posizioni, si è dimostrata inefficace
di fronte ai droni e agli attacchi di precisione azeri, che negli anni si sono ammodernati
grazie alla Turchia.
La strada per tornare a Erevan va percorsa con lentezza per godersi il paesaggio, brullo,
quasi lunare:
colline ocra, costellate di arbusti, sulle quali si scorgono radi greggi di pecore, deserte postazioni da pic nic e alle spalle le montagne innevate tra le quali si trivano i più grandi monumenti della storia armena

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