Di Magali Prunaj

Sono cresciuta sentendo i racconti della guerra, racconti che per me bambina nata alla fine degli anni ’80 sembravano normale storia di famiglia, narrazione di un passato che accomunava un po’ tutte le vite di genitori e nonni. Col tempo mi sono ritrovata spesso a dover specificare di quale guerra stessi parlando, perché quando dicevo che mio padre aveva passato l’infanzia sotto le bombe mi ritrovavo, e ritrovo, sempre più spesso davanti occhi spersi nel vuoto che mi chiedevano, e chiedono “ma quale guerra? Tuo padre non è italiano?”

Forse in molti non pensano sia possibile che chi è stato bambino negli anni 40 del secolo scorso possa aver avuto, più di 40 anni dopo, una figlia. Eppure è successo. Mio padre ha frequentato la scuola elementare nei rifugi antiaerei, mentre suo padre, mio nonno, dopo l’otto settembre 1943, veniva deportato in un campo di lavoro in Germania.

Nei miei ricordi di bambina ci sono racconti di fughe verso i ricoveri, di sirene che suonano in ritardo, di lezioni su come riconoscere una bomba, di soldati che arrivano e altri che scappano, di soldati che occupano e altri che liberano. Della fame, della paura e della speranza che tutto finisca presto e che si torni a vivere in pace, con tutta la famiglia riunita come un tempo.

Non stupirà, quindi, se quel giorno, al mare, ci spaventammo tutti nel sentire suonare una sirena. Erano circa le 12 e udimmo questo suono lungo, forte, chiaro, ripetuto nel tempo. Cosa stava accadendo? Chiamavano a raccolta la popolazione? Dovevamo nasconderci? Nessuno sembrava preoccupato o stupito. Cercando su internet delle informazioni scoprimmo quasi subito che una volta al mese, sempre lo stesso giorno, sempre alla stessa ora, in quella piccola città del sud della Francia si faceva, e si fa, suonare le sirene di allarme per controllare che funzionino correttamente.

Le sirene di allarme sono una realtà per molti ancora oggi, bambini in tutto il mondo che devono scappare dalle bombe, che quando sentono una sirena tremano perché sanno cosa sta per accadere.

I bambini ucraini le hanno sentite per la prima volta pochi giorni fa e sono scappati, chi lontano da casa, chi nella metropolitana. Ma cosa può fare la stazione di una metropolitana contro la minaccia di una guerra nucleare?  

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