di Claudio Mazzoccoli

Se oggi si può parlare di “Beni Comuni”, il ringraziamento unanime deve andare alla Commissione Parlamentare di cui fu Presidente Stefano Rodotà. Da quel fondamentale lavoro trae spunto la prima e certamente la più importante proposta di Legge sulla introduzione della Categoria dei Beni Comuni nel Codice Civile. (Proposta di Legge 2931 del 24/02/2010 Senato della Repubblica “Delega al Governo per la modifica del Codice Civile in materia di beni pubblici”). Il 14 agosto 2018, a Genova, il Ponte Morandi cedeva per il crollo dell’intero sistema bilanciato della pila 9 della struttura, provocando 43 morti e 566 sfollati.

L’evento produsse la immediata reazione dei membri superstiti della Commissione Rodotà che decidevano di riprendere quel disegno di legge e di riproporlo al Paese, di fatto aprendo la strada al più ampio dibattito sui Beni Comuni che sia avvenuto nel Paese. In realtà il lavoro della Commissione Rodotà aveva già portato i suoi frutti sia dal punto di vista giuridico (con la storica sentenza della Cassazione Civile, Sezioni Unite, n. 3665 del 14 febbraio 2011, oggetto dello studio della Dott.ssa Sara Lieto dal titolo”’Beni comuni’, diritti fondamentali e stato sociale.

La Corte di Cassazione oltre la prospettiva della proprietà codicistica” (doi: 10.1437/35195) Politica del diritto (ISSN 0032-3063) Fascicolo 2, giugno 2011)) che dal punto di vista politico, con i quesiti dei Referendum Abrogativi del 2011 che consentirono di evitare la sostanziale privatizzazione dell’intero comparto dei servizi pubblici, di fatto evitando la svendita di qualcosa come 200 miliardi di Beni Comuni. Nuovamente furono i giuristi membri della Commissione Rodotà (in questo caso Stefano Rodotà, Ugo Mattei ed Alberto Lucarelli) a redigere quei quesiti che ricevettero 27 milioni di voti, un successo storico sia per la partecipazione che per il risultato. Ma si può continuare indicando che la maggior parte delle esperienze sui Beni Comuni partono dal lavoro della Commissione Rodotà.

Il 30 novembre 2018 nell’Accademia dei Lincei (Roma), il Prof. Alberto Lucarelli ed il Prof. Ugo Mattei promuovevano una giornata di studi per far ripartire i lavori della Commissione Rodotà, soprattutto per rivalutare e rilanciare, anche con un percorso di iniziativa popolare, quel testo che aveva aperto un dibattito in Europa che aveva influenzato percorsi giuridici a livello internazionale, nazionale, regionale e locale, ma che non era mai stato trasformato in legge.

L’amara constatazione era che, benché la giurisprudenza della Corte costituzionale. della Corte di Cassazione e di tanti giudici ordinari e amministrativi, ormai facesse riferimento alla Categoria dei Beni Comuni, il testo di legge era rimasto lettera morta in Parlamento. Probabilmente, se quel testo fosse stato approvato 10 anni prima, tanti saccheggi di beni naturali e sovrani (si pensi alle risorse idriche, alle grandi reti a partire dalle autostrade) sarebbero stati evitati.

Il 30 novembre 2018, dunque, partiva un nuovo percorso, basato principalmente sul sostegno del territorio, delle comunità locali, le uniche che, nel tempo avevano continuato una strenua lotta di difesa e denuncia. Tutta la Società Civile, i Movimenti, le Associazioni ed il mondo Accademico furono chiamati a partecipare ad un percorso democratico e partecipato. Partiva così il percorso di raccolta firme che avrebbe visto il neonato Comitato Popolare di Difesa dei Beni Comuni, Sociali e Sovrani “Stefano Rodotà” attivo in tutto il Paese per tutto il 2019 in una delle più imponenti operazioni di Eco-Alfabetizzazione mai viste. Pur registrando la defezione, quando non la palese avversione, di molte realtà attive nell’ambito dei Beni Comuni (fenomeno già peraltro verificatosi nel 2009 quando addirittura si era inizialmente verificata una vera e propria levata di scudi da parte di molti movimenti contro la proposta di lanciare un referendum sull’acqua pubblica) la operazione conduceva alla raccolta di oltre 50.000 firme. Anche in questa situazione, il risultato veniva colto.

Prova ne è che oggi vi sono alcune proposte di legge in discussione in Parlamento, la maggior parte delle quali muove i passi proprio dai lavori della Commissione di cui Rodotà era presidente. La questione “Beni Comuni” la cui tutela e salvaguardia dalla predazione privatistica è lo scopo per il quale era nato il Comitato, era un obiettivo formalmente acquisito ma ancora da seguire in Parlamento. Restava a questione più ampia del significato intergenerazionale dei Beni Comuni, ancora aperta sia in campo accademico che nella prassi giuridica. La definizione “intergenerazionale” parla da sola grazie sempre alla proposta di legge volta a operare la ” revisione della formulazione dell’articolo 810 del Codice Civile, al fine di qualificare come beni le cose, materiali o immateriali, le cui utilità possono essere oggetto di diritti; b) distinzione dei beni in tre categorie; 1) beni comuni; 2) beni pubblici; 3) beni privati; c) previsione della categoria dei beni comuni, ossia delle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ ordinamento giuridico anche a beneficio delle generazioni future. ”

Cosa fondamentale, ed anche questa originata dal lavoro della Commissione presieduta da Stefano Rodotà: SALVAGUARDARE I BENI COMUNI A BENEFICIO DELLE GENERAZIONI FUTURE.

Per questo scopo, preparata durante il lavoro di raccolta firme a supporto della Legge di Iniziativa Popolare, ai primi del 2019 nasceva la Società Cooperativa Di Mutuo Soccorso Ecologico Ad Azionariato Popolare Intergenerazionale “Stefano Rodotà”. Ecco, in estrema sintesi, l’avventura dei Beni Comuni. Tantissima strada è stata fatta, ma ogni conquista quotidiana rappresenta l’inizio di una nuova avventura. Noi cercheremo, con l’aiuto dei protagonisti di queste vicende, di ripercorrerne la storia, per informare i cittadini ma anche per sgombrare il campo dalle inesattezze che sono state dette sul lavoro della Commissione Parlamentare presieduta da Stefano Rodotà.

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Se c’è ancora chi, dopo tanto lavoro, si ostina a sostenere che la proposta di Rodotà aprirebbe le porte alle privatizzazioni lo fa erroneamente e se ne assume la responsabilità storica così come tecnica.

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