di Magali Prunai

È il 21 settembre quando il ministro Speranza, visto il numero sempre crescente di casi positivi al Covid-19, stabilisce che chiunque rientri da una delle regioni dichiarate zona rossa dal governo francese deve sottoporsi obbligatoriamente a un tampone naso-faringeo per escludere la propria positività al virus. La Francia, o meglio Parigi e il 50% delle regioni francesi, diventa a tutti gli effetti zona a rischio come Croazia, Grecia, Malta e Spagna.

Per gli italiani presenti in quel momento sul suolo francese, come chi scrive, sono state ore destabilizzanti e incerte. Il ministro annuncia di aver firmato questo provvedimento sui suoi canali social parlando di Parigi e alcune zone del resto della Francia, senza specificarle chiaramente e in modo univoco. Inoltre sul sito del ministero della salute, degli interni, degli esteri, della presidenza del consiglio, sul sito “viaggiare sicuri” e sul portale dell’ats regionale per prenotare il tampone non vi è traccia di questa decisione, non ci sono indicazioni.

Sul momento si viene assaliti da un panico temporaneo, non si sa se chiamare il consolato italiano più vicino, se aspettare il rientro in Italia e informarsi dal proprio medico di base o cercare un numero verde da contattare.

Finalmente nel tardo pomeriggio, molto tardo, sul sito della Gazzetta Ufficiale è possibile leggere il testo del decreto che specifica quali sono le regioni francesi coinvolte. Finalmente chi si trova all’estero ha la conferma che non si tratta solo di voci di corridoio e può iniziare a organizzarsi. Ma non ha fatto i conti con altri siti, quelli utilizzati dalle singole regioni per prenotare il tampone se si rientra da paesi a rischio, che hanno bisogno di tempo per aggiornarsi.

E così, da brava ipocondriaca quale sono, inizio in ogni momento della serata a controllare se c’è stato un aggiornamento, a provare a forzare il sistema prenotando senza specificare un paese. Ma niente, la sera vado a dormire convinta di dover aspettare in quarantena per giorni la possibilità di effettuare il tampone.

È il 22 settembre, ho passato già da un po’ il confine a Ventimiglia senza trovare neanche un’indicazione al casello o qualche omino inviato a dare informazioni o che quanto meno ricordi la necessità di effettuare il prima possibile il tampone. Verso l’ora di pranzo, ormai sfiduciata e iniziando a mostrare i primi sintomi di almeno quattro o cinque diverse malattie rare, riesco a prenotare per fare il tampone esattamente la mattina del giorno seguente in una delle postazioni “drive-in” della mia città.

23 settembre, ore 9.30, sono in auto in coda ad aspettare il mio turno. Quando finalmente tocca a me scopro che il tipo di operazione che devono fare nel mio naso e nella mia gola non è estremamente piacevole, tanto che mi rimarrà un’irritazione delle vie aeree per alcuni giorni. Quando il referto? Sul proprio fascicolo elettronico entro due giorni, se si è positivi si riceve una telefonata molto prima oppure si può andare al punto di ritiro dei referti dell’ospedale in questione esattamente sette giorni dopo per riceverne una copia cartacea.

Ed è così che per la sottoscritta è iniziata una vera e propria Odissea. Il 24 settembre tutti i familiari che si sono sottoposti con me al tampone hanno il loro referto, fortunatamente negativo. Due giorni dopo aver effettuato il tampone il mio fascicolo sanitario non presenta ancora nessun referto, esattamente come il giorno successivo e quello dopo ancora .

Un po’ in ansia, un po’ spaventata, mentre ipotizzo scenari catastrofici che vanno dal “si sono persi il mio tampone” a “avranno fatto qualche pasticcio per via del nome”, dopo cinque giorni chiamo l’ospedale per avere informazioni.

La prima risposta che ricevo è allo stesso tempo comprensibile e senza senso. L’operatore con cui parlo mi dice che riceverò, prima o poi, un SMS, una mail o che verrà aggiornato il fascicolo. Mi esorta a continuare a controllare, del resto ci sono tanti tamponi da analizzare e tanti dati da inserire, ci vuole del tempo. Sono in quarantena da cinque giorni, tutti i miei familiari nel giro di 24 ore hanno ricevuto una risposta, comprendo i ritardi e che siamo in tanti ma non si può lasciare una persona in attesa per così tanto tempo. Protesto un po’ e a quel punto mi si comunica che posso già ritirare il referto cartaceo in ospedale.

Corro in ospedale, mi spiegano di nuovo che siamo in tanti a richiedere questa analisi e quindi i ritardi sono inevitabili, mi stampano il referto e torno a casa felice e contenta perché ho quel famigerato pezzo di carta che, oltre a comprovare che ho rispettato la legge sottoponendomi al test, afferma con inoppugnabile certezza la mia negatività al virus.

A distanza di una settimana il mio fascicolo sanitario elettronico è andato in tilt, rendendomi impossibile l’accesso.

Del resto siamo in tanti, ci sono dei ritardi.

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